lunedì 5 dicembre 2016

BRAINTICKET - CELESTIAL OCEAN

Menti espanse, geniali, avanguardiste non potevano che suoare una musica diffcilmente collacabile in un genere pre-confezionato. Con Celestial Ocean (terzo di tre dischi, uno più sperimentale dell'altro) si può giocare e trovare definizioni creative: cosmic-raga, proto-new age, folk cosmico, electric mystic music? A tratti la colonna sonora di un film di fantascienza anni '60, a tratti sottofondo per un viaggio lisergico che si svolge nello spazio in compagnia di sognanti intermezzi di voci narranti rarefatte, echi e rumori provenienti da altri mondi. Flauto, sitar, percussioni, tastiere, organo, effetti sonori, le voci (spesso duetti), il tutto magicamente amalgamato per creare un'opera visionaria che ci fa volteggiare senza gravità e punti di riferimento in un oceano celestiale, in un mondo parallelo, onirico. La musica di un futuro non così lontano e disumanizzato ma quella di un passaggio, piu o meno consapevole, ad una nuova dimensione spazio tempo le cui coordinate ci vengono date da questi 37 minuti di improvvisazioni, atmosfere dilatate ed eteree. Prendete la parte disperata di Robert Wyatt in Rock Bottom, l'atmosfera mistica che sa ancora oggi trasmetterci Hosianna Mantra dei Popol Vuh, le parti più robotiche di Generazione Proteus di Cammel, innaffiate il tutto con il latte e mescalina bevuto da Alex e i suoi drughi in una Arancia Meccanica non violenta e avrete gli ingredienti base per inizire a preparare il cocktail Celestial Ocean. Quello che manca fatelo aggiungere dalla vostra immaginazione e fantasia. Magari per questo esercizio consiglio un divano comodo, il buio totale e dissociatevi da tutto quello che avete fatto prima di schiacchiare "play" e tutto quello che farete quando riaprirete gli occhi e la luce. Buon viaggio.


martedì 29 novembre 2016

GERMAN OAK - S/T




Uno dei dischi meno accessibili degli anni '70, German Oak viene registrato dentro un bunker con l'intento di riprodurre in musica il dramma vissuto dalla generazione precedente durante l'invasione della Germania del '44. Il risultato è una musica claustrofobica e ansiogena ma assolutamente affascinante. Praticamente una jam band composta da chitarre, organo, basso, batteria e percussioni (la sezione ritmica spesso va per conto proprio esprimendo ritmi marziali). Quattro pezzi, due dei quali mini suite. Si inizia con quello che può definirsi proto-industriale (da lì a pochi anni Genesis P-Orridge e compagni fondano la Industrial Record e nel '77 danno alla luce The Second Annual Report diventando capiscuola del movimento). Non musica ma atmosfera, anche grazie a voci distorte, deformate, echi e rumori non identificabili. La seconda parte del disco è più "ascoltabile" ed è krautrock allo stato puro, intendendo per krautrock quel fiume di creatività e libertà espressiva così presente nei giovani artisti tedeschi di quegli anni. Una straordinaria miscela che non da un secondo di tregua all'ascoltatore. All'epoca sospettati di essere filo-nazisti (gli stessi sospetti che oggi vengono riservati al genere folk apocalittico di gruppi come Death in June, Laibach, Sol Invictus ecc.), i ragazzi di Dusseldorf non vendettero neanche un lp anche per il rifiuto dei negozi di promuovere un disco che come artwork riproduce un soldato tedesco con l'elmetto di ferro e nel retro della copertina scritte utilizzando il carattere gotico (Fraktur) tanto in voga nel primi anni del regime. Oggi assolti dall'essere simpatizzanti del Nazionalsocialismo i collezionisti fanno carte false per possedere il vinile originale anche se consapevoli di posare sul piatto dello stereo disperazione ed inquietudine. German Oak (ristampato con aggiunti tre pezzi indediti registrati precedentemente) è imprescindibile per chi vuole conoscere e approfondire il rock underground tedesco anni '70.

lunedì 14 novembre 2016

KALACAKRA - CRAWLING TO LHASA



 
 
Un disco malato, ossessivo. Basterebbe questo per raccontare Kalachakra (Ruota del Tempo), una delle pratiche più elevate ed esoteriche del Buddhismo Tibetano, tanto che viene definito da alcuni come il "Re dei Tantra". Questo il nome piuttosto impegnativo (che diventa Kalacakra) scelto da Heinz Martin (antiquario di Duisburg appassionato d’arte e cultura indo-tibetana nonché multistrumentista che si cimenta con piano, chitarra, violino, violoncello, flauto e synth…in pratica tutto) e Claus Rauschenbach  per registrare una delle opere più suggestive e mistiche del panorama musicale tedesco dell’epoca dal titolo Crawling To Lhasa (letteralmente strisciare fino a Lhasa, in Tibet). A parte i pochi ed inquietanti passaggi vocali presenti, e quei pochi sembrano uno sciamanico tentativo di trasmettere una sorta di rito rigenerativo sull’ascoltatore ignaro, questi quaranta minuti scarsi (ma costosissimi nella loro versione originale andata invenduta all’epoca e rarissima oggi) di musica misteriosa lambiscono senza mai toccare le coste del raga (presenti sonorità orientali anche grazie al sitar - ca va sans dire), della psichedelia, di alcune cupe sonorità medioevali nonché un blues rarefatto e siccome siamo in Germania possiamo definire cosmico, il tutto con profonde vibrazioni hippy. Anche dopo svariati ascolti rimaniamo quello che siamo, non avremo una comprensione profonda  dell’anima e del mondo e il disco (la ristampa in cd forse è più corretto) non ha poteri taumaturgici su di noi. Ma la serata giusta e con l’atmosfera giusta un intimo ascolto di Kalachakra può regalare intense emozioni.

venerdì 4 novembre 2016

RUFUS ZUPHALL - PHALLOBST




 
Per tutti gli amanti della scena underground tedesca anni '70 il fungo della Pilz, (sotto)etichetta della BASF, rappresenta un culto. Una manciata di dischi, uno più raro e bello dell'altro, e qualche singolo. Tra questi il secondo firmato Rufus Zuphall, band straordinaria composta da musicisti straordinari, su tutti Klaus Gulden, flautista sublime. Che a distanza di un anno da Weiss der Teufel (un capolavoro che nessuno all'epoca considerò) i Nostri riuscissero ad avere la bravura di ripetersi, e secondo me superarsi, ci credette solo il sig. Kaiser, produttore discografico grazie al quale tante bands sconosciute hanno lasciato testimonianza di quanto fosse elevata la creatività musicale di quegli anni in Germania. E rieccoci a parlare di folk, jazz, progressive, blues...muri di suono alternati a dolcezza disarmante...strumenti ora maltrattati ora curati come figli. Non c'è un solco di questo disco dove il livello non sia altissimo. Più lo ascolti più scopri quanti sono i colori e le sfumature presenti, che qualcosa ti eri perso nelle decine di volte che lo avevi ascoltato prima di questa. Stasera ad esempio non ricordavo che Schnupfer e Waste Land fossero due canzoni stupende. La prima è il pezzo che dovrebbe chiudere ogni concerto rock, quando la band richiamata sul palco per la terza volta suona l'ultimo pezzo, quello che ci sazia e ci fa applaudire più forte di quello di fianco a noi. Qua Gulden suona il flauto come pochi altri, ovunque e per sempre. Nella seconda i ragazzi di Aachen ci prendono per mano, ci dicono di chiudere gli occhi e con la dolcezza di una madre ci sussurrano di non aver paura, che l'armonia e la pace alla fine vincono su tutto. Perchè certe canzoni possono fare i miracoli, altre lo sono.

domenica 30 ottobre 2016

THRICE MICE

I Thrice Mice inizialmente sono in tre e con la classica triade chitarra, basso e batteria suonano beat nella loro Amburgo. Reclutati due sassofonisti e un amico all'organo virano decisamente verso il prog e grazie alla Philips danno alle stampe la loro unica fatica sulla lunga distanza nel '71.
Un rock energico dove sassofono e clarinetto mischiano le carte in tavola portando il sestetto a suonare un jazz chiassoso che sfocia in passaggi free. Dei quattro brani solo uno, Torakov (pare in onore del posto dove in campeggio alcuni dei componenti della band conobbero una avvenente ragazza finlandese che pronunciava parole buffe all'apice del piacere), è un bell'esempio di psichdelia doorsiana al punto che il cantante sembra voglia imitare Jim Morrison, per coincidenza morto nei giorni che usciva il loro disco. In Torakov l'organo è potente, i fiati strillano e una chitarra distorta sembra voglia mettere un pò di ordine. Il risultato è un gran pezzo e ascoltandolo sorge il dubbio che vent'anni dopo il compianto Mark Sandman dei Morphine abbia preso un pò di inspirazione dai ragazzi di Amburgo.
Stupenda la copertina aperta che rappresenta una pin-up spaventata e in piedi su un seggiola per scappare da dei topolini. Un capolavoro di pop-art che sembra uscito dalla geniale matita di Gil Elvgren.


mercoledì 19 ottobre 2016

NECRONOMICON - TIPS ZUM SELBSTMORD



Necronomicon, il Libro dei Nomi dei Morti (nekros (cadavere), nomos (legge) ed eikon (immagine, descrizione), viene inventato e citato con astuzia dallo scrittore statunitense H.P. Lovercraft per dare credibilità ad uno dei suoi racconti horror. Il titolo del disco significa semplicemente “Modi per commettere un suicidio”.  Dopo queste premesse è facile immaginare il contenuto musicale del vinile che sta all’interno della splendida copertina multigatefold apribile in sei pannelli (come il numero delle canzoni) che diventa una croce raffigurante una serie di corpi martoriati. 



E qui nasce la leggenda e il mito che avvolge questa oscura band che, neanche a dirlo, privatamente e agli inizi degli anni settanta da alle stampe questi misteriosi 42 minuti e 45 secondi di musica underground (mai definizione più opportuna). Psichedelia malata, blues rauco, jazz rock sporco, il tutto innaffiato qua e la di cattiveria tramite riff di chitarra acidi e sporchi (basti ascoltare la title-track per farsi un'idea). Un disco esoterico e allucinato, come forse erano allucinati chimicamente i Nostri quando in una qualche stanza buia e fumosa hanno registrato in presa diretta il materiale di “Tips Zum Selbstmord”. La qualità della registrazione è molto scadente ma possedere la versione originale in ottime condizioni e stampata in 500 copie è impresa quasi impossibile. Anche per un portafogli generoso. Per gli amanti del genere...

domenica 9 ottobre 2016

LO STRANIERO - SAME (Sony/ATV, 2016)

Nel 1979 i Cure esordirono su singolo con Killing an Arab, dedicato a Lo straniero di Camus. Il nome dello scrittore francese torna oggi ad ispirare la musica – e le liriche: esistenziali, più che esistenzialiste – de Lo straniero, un colto e raffinato act dark-wave (ma la definizione sta loro stretta, essendo giunti all'elettronica anche passando per il cantautorato nostrano) di Acqui. Colpisce, dei ragazzi piemontesi, la sensibilità con cui vivono la loro proposta musicale, così contaminata e densa di chiaro-scuri, mossa e delicata ad un tempo. L'asciuttezza – più che la secchezza – del post punk in loro muta forma ed assume contorni cangianti. Assai concettuali, visionari ed onirici (moltissime le immagini). Questo debutto dimostra con quanta attenzione si possano maneggiare e suonare i synth, non senza echi di studi classici. Il tocco – si ascolti il piano – è dolce e incisivo insieme. Pare un bacio - fugace ma intenso - dato da labbra che hanno assaporato l'amarezza della vita. Nel gruppo, la musica sembra palesarsi come l'occasione per affrontare il nichilismo di oggi e provare ad uscirne. Via di fuga dal labirinto dell'esistenza: la proposta de Lo straniero, in effetti, pare questa. Ricerca di nuovi spazi, attraverso l'intreccio melodia-suono. Abbandonarsi al nulla e rinvenire – proprio con ciò, ed attraverso ciò – una nuova luce. Riferimenti: la new wave inglese dei primi anni Ottanta, la Nada di Amore disperato, il Battiato '79-'85, Giuny Russo, il tutto con un sapiente taglio British. Anche il buio possiede una sua luce e cantarlo non è compiacere la negatività dell'esistere. Lo sa bene Lo straniero, forte di undici brani dalla notevole suggestione (tra quelli che ho apprezzato di più – ma tutto il disco è splendido – Cavalli di carta, Speed al mattino, L'ultima primavera, Angeli sulla punta di uno spillo). Abbiamo tessiture armoniche intarsiate di sinuosità cromatica. Le voci, il modo di lavorare con il sintetizzatore (davvero molto maturo), la consapevolezza – rara, in vero – delle difficoltà che tutto ciò comporta, ci raccontano storie di un'elegante timidezza, di un'umana e cosciente fragilità. La musica de Lo straniero è un brillare d'occhi nella notte del mondo, gli occhi di chi ha visto l'abisso e sa che per altro non fa poi (così) male. Il tutto con una resa finale ed un afflato moderni, sia pure mai banalmente neo-futuristici o troppo iper-tecnologici (si vedano l'uso, al riguardo, di programmi e drum machine). La musica de Lo straniero è, nel medesimo tempo, una primavera ed un inverno dell'anima. Lunari, quindi. Nietzscheani, e come pochi. Perché chi è sensibile, oggi, non può non essere sradicato, diverso, straniero appunto. Aveva ragione Gottfried Benn, l'immenso poeta e scrittore tedesco del primo '900: “La stile è più importante della verità. Reca in sé la prova dell'esistenza”. Lo Straniero lo ribadisce con musica e parole. 

Davide Arecco


 

mercoledì 28 settembre 2016

KOLLEKTIV

Nome dal sapore piuttosto politico e politicizzato (molti gruppi tedeschi a cavallo degli anni '70 erano attivi politicamente nonchè affiliati alla sinistra più o meno radicale come reazione ad una società borghese statica e bigotta), alcuni di questi usavano la loro musica e la possibilità di salire sul palco per fare propaganda, Floh de Cologne e Ton Steine Scherben su tutti). Disco con strani effetti per via dell'utilizzo di modulatori e manipolazione del suono, jazz rock con derive space, alterna melodia a dissonanze con l'utilizzo addirittura di strumenti modificati artigianalmente. Da ascoltare con attenzione perchè la sperimentazione è presente su gran parte dei solchi di questo rarissimo e costosissimo disco uscito nel '73 dalle pressing plants della Brain.
 

I Nostri suonano davvero come un collettivo dove l'eclettismo e l'originalità di uno si fonde con quella del compagno (in senso musicale e di fede politica) per dare vita ad un suono compatto dove nessuno surclassa o oscura nessuno e l'insieme dei talenti e dell'ispirazione fa decollare in alto la musica. Ora folk, ora jazz e subito prima o subito dopo psichedelia ed elettronica. Un disco sempre in evoluzione, avanguardista, complesso ed immediato allo stesso tempo. Ottimi assoli di chitarra, un sassofono e un flauto straordinari. Praticamente un disco strumentale eccezion fatta per alcune brevi parti cantate. Modalità d'impiego: da ascoltare tutto d'un fiato e possibilmente a volume molto alto.

giovedì 15 settembre 2016

WALPURGIS - QUEEN OF SABA




Con una delle copertine più kitsch del panorama musicale dell'epoca e il titolo in onore della biblica e bella regina etiope, i Walpurgis (in Germania, nella notte del 30 aprile, in coincidenza con la ricorrenza di Santa Valpurga, le streghe si radunavano per danzare in onore della luna) incidono per la mitica etichetta dell'orecchio (Ohr) il loro unico disco, "Queen of Saba", composto da sei canzoni. I cinque musicisti, due dei quali polacchi, nei primi quattro pezzi presenti sul lato A esprimono il tipico sound classic rock agrodolce di bands che si esibivano in quegli anni nella calda California (Country Joe & the Fish e Quicksilver Messanger Service per citarne un paio). Ben altra musica sul lato meno nobile del disco. Qui la presenza del tastierista dei Wallenstein si fa sentire, in tutti i sensi, e nelle due mini suite "What can i do" e " My last illusion" il suono dei Nostri onora la "Walpurgisnacht" con le sue feste pagane e le orgie tra streghe e demoni si trasformano in musica. Le bacchette magiche sono sostituite da strumenti musicali che danno vita a sognanti passaggi strumentali che si perdono in tessiture cosmiche. Quando il duetto dei due chitarristi polacchi diventa un tutt'uno col ritmo delle concas viene raggiunto l'apice del disco. Purtroppo lo scarso successo del disco fa sciogliere prematuramente il gruppo e come per altri colleghi di quegli anni il loro lavoro viene riscoperto ed apprezzato solo in tempi recenti.

lunedì 29 agosto 2016

EMOZIONI "LIVE"

Voivod - Spazio Boss, 21 agosto 2016 - La Spezia

Acquistai "Rock: 500 dischi da collezione" nel 1989. Avevo 14 anni. Li scoprì lì. Voivod. Canadesi. Tra Metallica e Pink Floyd. Cuori punk. Non li trovai sino al 1993. Domenica 21 agosto ho potuto vederli dal vivo a La Spezia, con amici veri. Non eravamo tantissimi, tra il pubblico. Forse meno di trecento persone. Ma che importa, eravamo noi. Il resto non conta. Un concerto indimenticabile, quasi commovente. Una delle serate più belle della mia vita. Il coronamento per un'attesa durata 27 anni. I classicvi, tutti: quasi un brano da ogni disco - eccezion fatto per Negraton (1995) e Phaobos (1997), che videro alla voce Eric Forrest al posto di Snake - nell'entusiasmo generale. Una predilezione per il cybertrash tecnologico e fantascientfico del primo periodo. L'ipertecnica metronomica di Away dietro le pelli, una chitarra e precisa e ruggente, un basso tellurico e quasi spaziale, il vocalist dei bei tempi. L'apoteosi finale con Astronomy Domine, dedicata non senza commozione al compianto Piggy. Il miracolo - musicale, quindi artistico - si è compiuto. In una notte d'estate ho rivisto, ritrovato e rivissuto, come d'incanto, i miei quindici anni, la mia giovinezza che credevo perduta, o comunque lontana. Loro erano l'ì. a solo poco metri da me. Tutto era lì, il tempo si è fermato, le lancette dell'orologio della vita hanno cominciato a scorrere all'indietro. Gli hanni che pensavo smarriti per sempre di nuovo presente, come per magia. Lì con me. Con noi tutti sotto il palco. Perchè non è vero che il passato non ritorna. Ritorna, eccome. Basta crederci, basta con pazienza saperlo attendere. L'innocente ed irripetibile purezza dei vent'anni. Di un tempo che è stato anche mio, nostro, di noi che eravamo lì. Un tempo, musicale e non solo, che a volte ritorna. Quando quattro ragazzi eterni del Quebec imbracciano i loro strumenti e - senza smettere di sorridere - incendiano i cuori dei presenti. Li fanno tornare quasi bambini. Di certo felici come bambini. Crescere, maturare, diventare adulti? Roba per i "grandi" e i presuntuosi. A me, a noi, non interessa. E' altro ciò che conta. Sapersi emozionare. Contro il tempo, al di là di esso.

Davide Arecco

sabato 27 agosto 2016

TWOGETHER - A COUPLES OF TIMES

Nella sua semplicità il nome che si sono dati Klaus Bangert e Reinhard Fischer è geniale. Two + together diventa Twogether e letteralmente insieme e in due nel 1973 a Dusseldorf fanno stampare privatamente 500 copie del loro unico disco dal titolo "A couple of times", uscito con in copertina un geometrico disegno in bianco e nero che, a distanza di circa cinquant'anni, richiama alla mente le foto degli splendidi nudi artistici zebrati di Chris Maher. Tornando alla musica organo, piano, sintetizzatore per il primo e alla batteria il secondo suonano un mix di rock classico e jazz con richiami soul, elegante e mai pomposo come altri esperimenti dell'epoca, a tratti addirittura "ballerino". Disco non solo strumentale (in alcune canzoni Bangert canta e per non essere il suo mestiere tutto sommato si esprime in maniera decisamente piacevole) che potremmo definire, in modo tutt'altro che riduttivo, "easy listening", caratteristica insolita nel mare magnum della musica underground tedesca di quegli anni. I due alternano semplici e ripetitvi tappeti ritmici a sonorità più corpose dove una sorta di forma canzone non viene mai meno se non nella melodico-progressiva "I look around", bella e malinconica ballata d'atmosfera. Il master originale è andato perso e la riedizione in cd, registrata dalla prima stampa originale, per quanto ripulita elettronicamente da difetti, presenta qua e là alcuni immancabili "klicks". Quest'ultimo dettaglio, trascurabile dai più, è rivolto agli amici feticisti del vinile.

mercoledì 3 agosto 2016

THINK - VARIETY



Un disco veramente molto bello. Progressivo, folk, jazz, blues, funky (!). Improvvisazione, melodia, eclettismo, creatività…Variety a tutti gli effetti. Come varie sono le nazioni da cui provengono i componenti. Ungheria, Germania e Cecoslovacchia. La bellezza di Variety si coglie da subito nelle prime note della title-track. Il flauto e il violino iniziano a cullarci per poi lasciare spazio a derive jazzate, il tutto arricchito da un organo mai prepotente. 


Sulla falsariga del primo pezzo così scorre tutto il disco, un amalgama perfetta di stili e variazioni di ritmo. L’imprevedibilità è la costante di questa unica gemma registrata privatamente dai Think tramite la Menga (casa discografica di cui si conosce poco e niente se non che ha pubblicato anche l’unico disco dei Join In nello stesso anno). Un disco che va ascoltato con attenzione, più volte. E anche durante l’ultimo ascolto si colgono sfumature sfuggite in quelli precedenti, a riconferma della semplice e accessibile complessità di uno dei migliori dischi tedeschi dell’epoca. E  forse non solo tedesco. Ovviamente il vinile è raro e costosissimo ma la Garden of Delights ha rieditato il disco rendendolo accessibile a tutti.

lunedì 1 agosto 2016

John Carpenter – Lost Themes II (Sacred Bones, USA, 2016)




Secondo capitolo di 'temi perduti' per John Carpenter. Il grande regista e compositore statunitense – coadiuvato dal figlio Cody e da Daniel Davis – ci regala altri dodici brevi colonne sonore per 'film immaginari'. Rispetto al primo Lost Themes, l'impronta complessiva si è fatta qui leggermente più rock e ritmata, a tratti vagamente industriale. Il suono resta comunque molto anni Ottanta, dal punto di vista delle scelte timbriche adottate: un dark elettronico che Carpenter iniziò a forgiare a partire da Distretto 13 e naturalmente da Halloween, e che si mostra tuttora attuale. Pezzi come gli iniziali Distant Dream e White Pulse definiscono, bene e subito, le coordinate stlistiche del progetto: algidi, freddamente tecnologici, cinematografici e inquietanti, quasi matematici nella loro costruzione, ma ricchi di colori e atmosfere suggestive, oscuri senza essere ossessivi. Lo stesso discorso vale poi per Windy Death, Virtual Survivor, Utopian Facade, Real Xeno e l'omaggio Bela Lugosi, composizioni concentrate sul lato B del disco (Carpenter è piacevolmente all'antica nel suddividere anche il CD in due sides). Mentre vi scriviamo, il regista sta portando in tournée – anche in Italia – queste e le altre sue colonne sonore più celebri, le migliori delle quali restano quelle del periodo 1976-1983. In Lost Themes II, sintetizzatori e tastiere disegnano paesaggi sonori antichi e moderni nello stesso tempo, fedeli alla tradizione e resi attuali dal gusto di un autore sempre aggiornato. Uno splendido lavoro, tra musica e cinema (virtuale).

Davide Arecco