Nel
1979 i Cure esordirono su singolo con Killing
an Arab,
dedicato a Lo
straniero
di Camus. Il nome dello scrittore francese torna oggi ad ispirare la
musica – e le liriche: esistenziali, più che esistenzialiste –
de Lo
straniero,
un
colto
e raffinato act
dark-wave (ma la definizione sta loro stretta, essendo giunti
all'elettronica anche passando per il cantautorato nostrano) di
Acqui. Colpisce, dei ragazzi piemontesi, la sensibilità con cui
vivono la loro proposta musicale, così
contaminata e densa di chiaro-scuri, mossa e delicata ad un tempo.
L'asciuttezza – più che la secchezza – del post punk in loro
muta forma ed assume contorni cangianti. Assai
concettuali, visionari ed
onirici (moltissime
le immagini).
Questo
debutto dimostra con quanta attenzione si possano maneggiare
e suonare
i
synth,
non senza echi di
studi classici. Il tocco
– si ascolti il
piano – è dolce e incisivo insieme. Pare un bacio - fugace ma
intenso - dato da labbra che hanno assaporato l'amarezza della vita.
Nel
gruppo, la musica sembra palesarsi come l'occasione per affrontare il
nichilismo di oggi e provare ad uscirne. Via di fuga dal labirinto
dell'esistenza: la proposta de Lo
straniero,
in effetti, pare questa. Ricerca di nuovi spazi, attraverso
l'intreccio melodia-suono. Abbandonarsi al nulla e rinvenire –
proprio con ciò, ed
attraverso
ciò – una nuova luce. Riferimenti: la new wave inglese dei primi
anni Ottanta, la
Nada
di
Amore
disperato,
il
Battiato
'79-'85,
Giuny Russo, il
tutto con un sapiente taglio British.
Anche il buio possiede una sua luce e cantarlo non è compiacere la
negatività dell'esistere. Lo sa
bene Lo
straniero,
forte
di undici brani dalla notevole suggestione (tra quelli che ho
apprezzato di più – ma tutto il disco è splendido – Cavalli
di carta,
Speed
al mattino,
L'ultima
primavera,
Angeli
sulla punta di uno spillo).
Abbiamo
tessiture armoniche intarsiate di sinuosità cromatica. Le
voci,
il
modo
di lavorare con il sintetizzatore
(davvero molto maturo),
la consapevolezza – rara, in vero – delle difficoltà che tutto
ciò comporta, ci
raccontano
storie di un'elegante
timidezza, di
un'umana
e cosciente fragilità. La musica de Lo
straniero
è un brillare d'occhi nella notte del mondo, gli occhi di chi ha
visto l'abisso e sa che per altro non fa poi (così) male. Il tutto
con una resa finale ed un afflato moderni, sia pure mai banalmente
neo-futuristici o
troppo iper-tecnologici (si vedano l'uso, al riguardo, di programmi e
drum machine). La
musica de Lo
straniero
è, nel medesimo tempo, una primavera ed
un inverno dell'anima. Lunari, quindi.
Nietzscheani, e come pochi. Perché chi è sensibile, oggi, non può
non essere sradicato, diverso, straniero appunto. Aveva ragione
Gottfried Benn, l'immenso
poeta e scrittore tedesco del primo '900: “La stile è più
importante della verità. Reca in sé la prova dell'esistenza”. Lo
Straniero lo ribadisce con musica e parole.
Davide Arecco