domenica 30 ottobre 2016

THRICE MICE

I Thrice Mice inizialmente sono in tre e con la classica triade chitarra, basso e batteria suonano beat nella loro Amburgo. Reclutati due sassofonisti e un amico all'organo virano decisamente verso il prog e grazie alla Philips danno alle stampe la loro unica fatica sulla lunga distanza nel '71.
Un rock energico dove sassofono e clarinetto mischiano le carte in tavola portando il sestetto a suonare un jazz chiassoso che sfocia in passaggi free. Dei quattro brani solo uno, Torakov (pare in onore del posto dove in campeggio alcuni dei componenti della band conobbero una avvenente ragazza finlandese che pronunciava parole buffe all'apice del piacere), è un bell'esempio di psichdelia doorsiana al punto che il cantante sembra voglia imitare Jim Morrison, per coincidenza morto nei giorni che usciva il loro disco. In Torakov l'organo è potente, i fiati strillano e una chitarra distorta sembra voglia mettere un pò di ordine. Il risultato è un gran pezzo e ascoltandolo sorge il dubbio che vent'anni dopo il compianto Mark Sandman dei Morphine abbia preso un pò di inspirazione dai ragazzi di Amburgo.
Stupenda la copertina aperta che rappresenta una pin-up spaventata e in piedi su un seggiola per scappare da dei topolini. Un capolavoro di pop-art che sembra uscito dalla geniale matita di Gil Elvgren.


mercoledì 19 ottobre 2016

NECRONOMICON - TIPS ZUM SELBSTMORD



Necronomicon, il Libro dei Nomi dei Morti (nekros (cadavere), nomos (legge) ed eikon (immagine, descrizione), viene inventato e citato con astuzia dallo scrittore statunitense H.P. Lovercraft per dare credibilità ad uno dei suoi racconti horror. Il titolo del disco significa semplicemente “Modi per commettere un suicidio”.  Dopo queste premesse è facile immaginare il contenuto musicale del vinile che sta all’interno della splendida copertina multigatefold apribile in sei pannelli (come il numero delle canzoni) che diventa una croce raffigurante una serie di corpi martoriati. 



E qui nasce la leggenda e il mito che avvolge questa oscura band che, neanche a dirlo, privatamente e agli inizi degli anni settanta da alle stampe questi misteriosi 42 minuti e 45 secondi di musica underground (mai definizione più opportuna). Psichedelia malata, blues rauco, jazz rock sporco, il tutto innaffiato qua e la di cattiveria tramite riff di chitarra acidi e sporchi (basti ascoltare la title-track per farsi un'idea). Un disco esoterico e allucinato, come forse erano allucinati chimicamente i Nostri quando in una qualche stanza buia e fumosa hanno registrato in presa diretta il materiale di “Tips Zum Selbstmord”. La qualità della registrazione è molto scadente ma possedere la versione originale in ottime condizioni e stampata in 500 copie è impresa quasi impossibile. Anche per un portafogli generoso. Per gli amanti del genere...

domenica 9 ottobre 2016

LO STRANIERO - SAME (Sony/ATV, 2016)

Nel 1979 i Cure esordirono su singolo con Killing an Arab, dedicato a Lo straniero di Camus. Il nome dello scrittore francese torna oggi ad ispirare la musica – e le liriche: esistenziali, più che esistenzialiste – de Lo straniero, un colto e raffinato act dark-wave (ma la definizione sta loro stretta, essendo giunti all'elettronica anche passando per il cantautorato nostrano) di Acqui. Colpisce, dei ragazzi piemontesi, la sensibilità con cui vivono la loro proposta musicale, così contaminata e densa di chiaro-scuri, mossa e delicata ad un tempo. L'asciuttezza – più che la secchezza – del post punk in loro muta forma ed assume contorni cangianti. Assai concettuali, visionari ed onirici (moltissime le immagini). Questo debutto dimostra con quanta attenzione si possano maneggiare e suonare i synth, non senza echi di studi classici. Il tocco – si ascolti il piano – è dolce e incisivo insieme. Pare un bacio - fugace ma intenso - dato da labbra che hanno assaporato l'amarezza della vita. Nel gruppo, la musica sembra palesarsi come l'occasione per affrontare il nichilismo di oggi e provare ad uscirne. Via di fuga dal labirinto dell'esistenza: la proposta de Lo straniero, in effetti, pare questa. Ricerca di nuovi spazi, attraverso l'intreccio melodia-suono. Abbandonarsi al nulla e rinvenire – proprio con ciò, ed attraverso ciò – una nuova luce. Riferimenti: la new wave inglese dei primi anni Ottanta, la Nada di Amore disperato, il Battiato '79-'85, Giuny Russo, il tutto con un sapiente taglio British. Anche il buio possiede una sua luce e cantarlo non è compiacere la negatività dell'esistere. Lo sa bene Lo straniero, forte di undici brani dalla notevole suggestione (tra quelli che ho apprezzato di più – ma tutto il disco è splendido – Cavalli di carta, Speed al mattino, L'ultima primavera, Angeli sulla punta di uno spillo). Abbiamo tessiture armoniche intarsiate di sinuosità cromatica. Le voci, il modo di lavorare con il sintetizzatore (davvero molto maturo), la consapevolezza – rara, in vero – delle difficoltà che tutto ciò comporta, ci raccontano storie di un'elegante timidezza, di un'umana e cosciente fragilità. La musica de Lo straniero è un brillare d'occhi nella notte del mondo, gli occhi di chi ha visto l'abisso e sa che per altro non fa poi (così) male. Il tutto con una resa finale ed un afflato moderni, sia pure mai banalmente neo-futuristici o troppo iper-tecnologici (si vedano l'uso, al riguardo, di programmi e drum machine). La musica de Lo straniero è, nel medesimo tempo, una primavera ed un inverno dell'anima. Lunari, quindi. Nietzscheani, e come pochi. Perché chi è sensibile, oggi, non può non essere sradicato, diverso, straniero appunto. Aveva ragione Gottfried Benn, l'immenso poeta e scrittore tedesco del primo '900: “La stile è più importante della verità. Reca in sé la prova dell'esistenza”. Lo Straniero lo ribadisce con musica e parole. 

Davide Arecco