venerdì 2 giugno 2017

FAR EAST FAMILY BAND - NIPPONJIN

Nel '75 finiva un ventennio di miracolo economico che, dal dopoguerra fino ai giorni nostri, ha portato il Giappone da perdente e umiliata nazione alleata di Hitler a potenza industriale e tecnologica. Ma il polistrumentista Miyashita e i suoi compagni di viaggio (anche lisergico, d'altronde un paio di dischi hanno titoli inequivocabili come "Parallel World" e "Join our menthal phase") nascevano qualche anno dopo che i loro zii si suicidavano schiantandosi sulle navi del nemico e sia della guerra che del boom economico non credo gliene importasse granchè. Al contrario me li vedo adolescenti ascoltare su qualche radio gracchiante quelle canzoni che hanno così cambiato il destino della musica dalla fine anni '60 in avanti, ansiosi di chiudersi in qualche garage o scantinato per provare a replicare quelle sonorità così suggestive ed avvolgenti.  Evoluzione dei Far Out, la Far East Family Band riesce più dei loro colleghi japo a mixare un derivativo ma ottimo space-rock krautiano con sonorità e forti echi Pink-floydiani senza mai venir meno alla musica tradizionale. Una chitarra acida Gilmouriana accompagna tappeti di tastiere, percussioni potenti (il Giappone ha prodotto molti eccellenti batteristi) si alternano a fiati avvolgenti, suoni proto-new age si mischiano a dinamiche del folklore locale, cantato in inglese si alterna al poco adatto ma convincente canto nella loro lingua d'origine. Liquidi, cattivi a volte e dolcissimi altre, psichedelici come imponeva l'epoca. Da amante del krautrock consiglio Nipponjin "solo" per il fatto che alla consolie sedeva un certo Klaus Schulze. Capolavoro. Tempo fa un amico collezionista mi ha detto: "ma con tutto quello che è stato prodotto in Europa in quegli anni compri pure i giapponesi?". Come risposta gli ho masterizzato "Nipponjin". Oggi credo che non gli manchi un disco di tutto quello che è stato prodotto in quella lontana isola. 



 https://www.youtube.com/watch?v=_8ZpVWuxPgg

martedì 16 maggio 2017

MUSICA, DONNE E CULTURA RELIGIOSA NEL SETTECENTO




Nel corso del XVIII secolo, anche sulla scorta della nuova sensibilità illuministica e dei rinnovati spazi di socializzazione – caffé letterari, salotti aristocratici, accademie scientifiche, logge muratorie e corti libertineggianti – si aprirono per la donna varchi ed orizzonti prima impensati. All'interno di una società ancora cetuale e corporativa, come quella di antico regime, figure femminili di talento e di rango seppero farsi notare, ed affermarsi, a più livelli: a Milano, nel '700, Clelia Grillo Borromeo Arese diede vita ad un vivace cenacolo intellettuale, nel quale di discuteva di arte, politica e scienza (frequentato tra gli altri da Antonio Vallisneri, il nostro maggior biologo d'età post-galileiana); nella seconda metà del secolo, sempre restando nella Lombardia e sotto gli Asburgo, la prodigiosa Maria Gaetana Agnesi si rivelò insieme una brillante mente matematica ed un'anima ascetica, non lontana per devozione profonda quanto sincera dal misticismo religioso; alle scienze esatte si dedicarono in oltre anche Laura Bassi presso l'ateneo felsineo e Emilie du Chatelet in Lorena, quest'ultima valida cultrice di geometria e meccanica, nonché traduttrice – per l'amico e amante Voltaire; si diceva delle trame libertine – dell'altrimenti complessa astronomia gravitazionale newtoniana. Quest'ultima, nel corso del primo Settecento, prese piede anche in Olanda, pure grazie al non secondario apporto del microcosmo massonico: nelle logge di Amsterdam e soprattutto l'Aja le porte del Tempio iniziavano proprio allora ad accogliere donne. Un segno dei tempi nuovi e di un mutato zeitgeist. In Inghilterra, infine, già durante la seconda metà del secolo precedente, all'indomani della Restaurazione Stuart, donne filosofe – le prime dai tempi lontanissimi (e tragici) di Ipazia – erano state Anne Conway e in particolare Damaris Cudworth, seguace del neo-platonismo e intima di Locke negli ultimi anni suoi di vita (il padre dell'empirismo moderno morì come noto nel 1704).
Anche la musica, nel secolo dei Lumi e sulla spinta di questi ultimi, portò novità importanti circa il discorso che stiamo qui svolgendo. Andiamo, con gli occhi della mente, al caso storico del genovese Carlo Sturla, grande tra i minori, compositore del quale si sono conservati pochissimi manoscritti – custoditi oggi presso la Biblioteca del Conservatorio Paganini del capoluogo ligure – e tutti inerenti a brani di musica sacra, risalenti alla prima metà circa del secolo diciottesimo. Sturla lavorò – si sa, di lui, tutto sommato abbastanza poco – presso teatri pubblici e per committenti privati, al servizio delle maggiori casate nobiliari della Serenissima. Ora, sino agli albori dell'Ottocento, a Genova si trovavano numerosi monasteri femminili di clausura, le cui religiose eccellevano nell'esecuzione di musiche e nel canto di arie liturgiche. La musica era pertanto, per le giovani monache, l'unica sorta di apertura nei confronti della realtà a loro esterna, preclusa dai voti religiosi. Non era raro il caso in cui compositori e musicisti, cantanti e melomani si aggiravano dunque fra gli austeri corridoi e sale dei suddetti convitti. Per le monache del Sacro Cuore, del Convento di Santa Brigida, componeva il nostro Sturla. La sua musica rivive nel Passio di Venerdì Santo (Passione secondo Giovanni), edita da Brilliant Classics nel 2011, prima registrazione in assoluto che contiene il Concerto ecclesiastico, diretto da Luca Franco Ferrari, inciso a Genova presso la Chiesa del Convento di Santa Caterina fra il 3 ed il 5 settembre del 2006, da tre voci: le sublimi Marina Frandi (contralto), Emanuela Esposito (cantus firmus) e l'incantevole Laura Dalfino (soprano). Il Passio nacque, appunto, dall'esigenza di tipo liturgico-religioso del monastero per le intense quanto sentite funzioni della Settimana Santa. A scadenze annuali, le monache commissionavano infatti ad un compositore locale – Sturla, in questo caso – la musica per il Passio, intesa, esclusivamente, per voci femminili. Un significativo unicum, per l'epoca (solamente Antonio Vivaldi, nei decenni appena precedenti, aveva composto per le sue cantanti), ma altresì il segno di un approccio e di una considerazione nuovi, anche e soprattutto nei riguardi della donna. La Chiesa del tempo, fra le altre cose, proibiva durante la Settimana Santa che venissero eseguite composizioni in stile concertante e la predilezione andava naturalmente a figure di sesso maschile. Nella sunnominata registrazione del Passio il ruolo dell'evangelista viene affidato al cantus firmus, accompagnato, come solitamente accadeva all'epoca, dal basso continuo. Sturla, da par suo, seppe introdurre alcune rilevanti novità, sorretto da una scrittura briosa, oltre che varia, con uno stile marcatamente operistico. Del resto, il melodramma settecentesco aveva già sconfinato nei territori anche della musica sacra: ne costituiscono una felice riprova le arie patetiche, gli slanci "di furore" e i duetti al limite del virtuosismo del Passio di Sturla, autore assai poco noto ma tuttavia da riscoprire con la dovuta attenzione. Egli agì negli spazi politico-religiosi e socio-istituzionali della Superba, notoriamente ostili allo spirito dell'Illuminismo o da questo distanti, eppure riuscì a essere un 'moderno'. La splendida incisione pubblicata da Brilliant Classics può ora rappresentare un utile viatico alla riscoperta, e sua e del suo mondo; non poco apprezzabili, oltre alle tre voci femminili di cui sopra, anche i contributi strumentali (violoncello, violone, doppia arpa, chitarra barocca e infine organo).

Davide Arecco

lunedì 27 febbraio 2017

HARMONIUM - SI ON AVAIT BESOIN D'UNE CINQUIEME SAISON

                                       



La terra della foglia d'acero ha prodotto cose interessanti soprattutto in epoche più recenti. Basti citare il delicato indie-rock dei Cowboy Junkies, l'intrigante catologo Constellation con Godspeed You Black Emperor su tutti (nochè i loro progetti paralleli quali Esmerine o Hrsta, tra sperimentazione ed energico post-rock) e gli incantevoli Tindesticks. Più povera la produzione negli anni settanta ma sufficiente per averci regalato un disco straordinario, ossia le "Cinque Stagioni" degli Harmonium. Folk progressivo dove le chitarre acustiche e il flauto permettono agli altri strumenti (non è presente la batteria) di intervenire da contorno alla loro dichiarazione d’amore, ricordando a mellotron e tastiere che sono lì solo per accompagnarli nel loro incantevole fraseggio. Primavera, estate, autunno e inverno scorrono piacevolmente e sono i preliminari per l’introduzione ad una quinta stagione della durata di circa 17 minuti. Un brano bellissimo che dopo tanti ascolti riesce ancora a deliziare. Progressive, passaggi da teatrino vaudeville, musica da film e a tratti classica che dal minuto quattordicesimo fino allo splendido finale ci regala ancora fortissime emozioni grazie soprattutto all'amplesso musicale tra chitarra e flauto, qui sublimissimi. 
Nota di colore: a differenza di tutte le band dell'epoca dove i vari componenti spesso sono immortalati con espressioni sballate o sguardi persi naturale conseguenza degli effetti di sostanze psicotrope tanto in voga negli anni settanta, i Nostri, al contrario, sono sempre raffigurati sorridenti e molto poco "underground".

 

venerdì 27 gennaio 2017

HOLDERLINS - TRAUM



Preso in prestito il nome di uno dei più grandi poeti tedeschi del XIX secolo, gli Holderlin incidono nel 1972 il loro album d’esordio interamente cantato in tedesco (la voce della sconosciuta cantante teutonica riesce a rendere dolce ed avvolgente un idioma non proprio adatto al cantato, men che meno nella musica rock), peculiarità che verrà meno nelle loro opere successive. Folk progressivo con tinte ora cupe ora sognanti, Traum ha come interpreti principali la chitarra acustica e delicate percussioni. A completare il mosaico sonoro di questa fondamentale opera (per chi ovviamente vuole conoscere ed approfondire il krautrock “minore” di quegli anni) intervengono delicati fraseggi di  flauto, violino, sitar e mellotron (sarà un caso ma lo stesso Friedrich che narra i turbamenti amorosi di Iperione si cimentava con pianoforte e flauto come distrazione agli studi classici). Atmosfere bucoliche tra  venature progressive quasi impalpabili scorrono delicatamente per tutti i 35 minuti scarsi di questo disco inciso dal mitico funghetto di Berlino, il tutto all’interno di una splendida e coloratissima copertina che rappresenta una delle tante versioni dell’albero della vita. 
 
 “Peter'' and "Strohhalm” sono le due tracce più tradizionali dell’album, semplice ed immediato folk, mentre "Requiem Fur Einen Wicht" ma soprattutto il pezzo che da il nome all’opera sono più complesse e dimostrano la maestria dei giovani ragazzi di Dusseldorf. Quando i Nostri aggiungono una “e” diventando Hoelderlin l’ispirazione e la vena di Traum non si ritroverà più in nessuna delle loro opere successive.

venerdì 6 gennaio 2017

PAUL BRETT'S "HANDFUL OF RAIN"

"Avevo un amico che ha distrutto la sua vita. Ha lasciato due figli e una bellissima moglie. Cose strane gli passavano per la testa. Era l'uomo che ha venduto l'amore per un pugno di pioggia.
Ha aperto la porta ed è uscito dalla sua gabbia, fuori, nella notte, solo per girare un'altra pagina della sua vita che non era altro che una finzione. Era l'uomo che ha venduto la sua casa per un pugno di pioggia. 
Ieri l'ho visto che andava verso la luce splendente, come una falena attratta dal luccichio. Mi ha spezzato il cuore quando non mi ha riconosciuto. Era l'uomo che ha venduto un amico per un pugno di pioggia.
Ora vive il tempo preso in prestito, dormendo dove capita perchè lentamente sta morendo. Solo Dio gli si avvicina abbastanza da sentire le sue preghiere nascoste dietro il pianto.
Era l'uomo che ha venduto la sua vita per un pugno di pioggia".
                                                               

Che io sappia Paul Brett è un arzillo signore di settant'anni che dopo aver suonato la chitarra in gruppi e artisti seminali come Strawbs, Fire, Al Stewart e Roy Harper ha pubblicato tre dischi come Paul Brett Sage (buona commistione tra prog e folk) e materiale solista raccolto in vari dischi il primo dei quali, omonimo del '73, contiene "handful of rain" (nonchè altri due o tre godibilissimi pezzi dove la presenza di "antiques" - così violino e flauto vengono chiamati nelle note di copertina - accompagnano la chitarra acustica del Nostro). Una sera un amico mentre ascoltavamo musica mi ha detto che per lui chi scrive una bella canzone merita il paradiso per le emozioni che riesce a trasmettere. Se è così allora per me Paul Brett ne avrà pieno diritto perchè la sua "un pugno di pioggia" è una gemma preziosissima che di emozioni ne regala tantissime.