domenica 9 ottobre 2016

LO STRANIERO - SAME (Sony/ATV, 2016)

Nel 1979 i Cure esordirono su singolo con Killing an Arab, dedicato a Lo straniero di Camus. Il nome dello scrittore francese torna oggi ad ispirare la musica – e le liriche: esistenziali, più che esistenzialiste – de Lo straniero, un colto e raffinato act dark-wave (ma la definizione sta loro stretta, essendo giunti all'elettronica anche passando per il cantautorato nostrano) di Acqui. Colpisce, dei ragazzi piemontesi, la sensibilità con cui vivono la loro proposta musicale, così contaminata e densa di chiaro-scuri, mossa e delicata ad un tempo. L'asciuttezza – più che la secchezza – del post punk in loro muta forma ed assume contorni cangianti. Assai concettuali, visionari ed onirici (moltissime le immagini). Questo debutto dimostra con quanta attenzione si possano maneggiare e suonare i synth, non senza echi di studi classici. Il tocco – si ascolti il piano – è dolce e incisivo insieme. Pare un bacio - fugace ma intenso - dato da labbra che hanno assaporato l'amarezza della vita. Nel gruppo, la musica sembra palesarsi come l'occasione per affrontare il nichilismo di oggi e provare ad uscirne. Via di fuga dal labirinto dell'esistenza: la proposta de Lo straniero, in effetti, pare questa. Ricerca di nuovi spazi, attraverso l'intreccio melodia-suono. Abbandonarsi al nulla e rinvenire – proprio con ciò, ed attraverso ciò – una nuova luce. Riferimenti: la new wave inglese dei primi anni Ottanta, la Nada di Amore disperato, il Battiato '79-'85, Giuny Russo, il tutto con un sapiente taglio British. Anche il buio possiede una sua luce e cantarlo non è compiacere la negatività dell'esistere. Lo sa bene Lo straniero, forte di undici brani dalla notevole suggestione (tra quelli che ho apprezzato di più – ma tutto il disco è splendido – Cavalli di carta, Speed al mattino, L'ultima primavera, Angeli sulla punta di uno spillo). Abbiamo tessiture armoniche intarsiate di sinuosità cromatica. Le voci, il modo di lavorare con il sintetizzatore (davvero molto maturo), la consapevolezza – rara, in vero – delle difficoltà che tutto ciò comporta, ci raccontano storie di un'elegante timidezza, di un'umana e cosciente fragilità. La musica de Lo straniero è un brillare d'occhi nella notte del mondo, gli occhi di chi ha visto l'abisso e sa che per altro non fa poi (così) male. Il tutto con una resa finale ed un afflato moderni, sia pure mai banalmente neo-futuristici o troppo iper-tecnologici (si vedano l'uso, al riguardo, di programmi e drum machine). La musica de Lo straniero è, nel medesimo tempo, una primavera ed un inverno dell'anima. Lunari, quindi. Nietzscheani, e come pochi. Perché chi è sensibile, oggi, non può non essere sradicato, diverso, straniero appunto. Aveva ragione Gottfried Benn, l'immenso poeta e scrittore tedesco del primo '900: “La stile è più importante della verità. Reca in sé la prova dell'esistenza”. Lo Straniero lo ribadisce con musica e parole. 

Davide Arecco


 

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