Gli inglesi lo chiamano goth
(abbreviazione di gothic), noi italiani dark (che – ricordiamolo – nella lingua
inglese significa ed indica solo il buio e non identifica un genere musicale),
per gli americani è il death rock. Una corrente che affonda le proprie radici
artistiche nelle provocazioni a tinte horror di Alice Cooper, capostipite
riconosciuto del così detto shock rock, sin dai primi anni Settanta, nella
natia Detroit.
Il death rock, a differenza del
dark inglese, non cerca particolarmente atmosfere languide ed il suo è un
romanticismo a tinte scure, nutrito dall'estetica del bello e dannato.
Musicalmente, resta ritmato e molto imparentato con il post punk. E' decadente,
sì, ma anche teso, nervoso e duro. Nero. E' molto rock e non prevede
digressioni ambient o approdi pop. La melodia c'è, ma si fa strada attraverso
un sogno fatto di ombre, che – spesso e volentieri – sconfina nell'incubo.
L'immaginario statunitense è quello della fantascienza anni Cinquanta, dei
B-Movies e delle creepy stories di matrice fumettistica (più che
letteraria: l'America non ha del resto avuto Byron e Shelley). L'esoterismo del
death rock, detto altrimenti, non è quello di certa cultura filosofico-religiosa
europea, ma piuttosto quello che si rifà all'universo mitologico e leggendario
di Halloween. L'Halloween d'oltreoceano, quello portato sugli schermi dal
grande John Carpenter. Il grande cineasta e compositore di colonne sonore, si
sa, ambientò a Los Angeles uno dei suoi capolavori, Distretto 13 – Le
brigate della morte, nel 1976. Ed a Los Angeles si può dire che il death
rock sia nato, con tutta l'asciutta e densa essenzialità del punk primigenio,
attraverso fascinazioni occulte e produzioni indipendenti.
I padri fondatori del death rock
sono e restano, di là da ogni dubbio, i Christian Death, costituiti nel loro
nucleo originario dal prematuramente scomparso Rozz Williamns, nel 1979. Il
mini Deathwish (1981), il classico Only Theatre of Pain (1982) e in parte almeno Catastrophe Ballet (1984, il primo
disco della band con Valor Kand), lo stesso Ashes (1985) sono veri e
propri monumenti del genere, autentici inni di nera bellezza dal cuore
post-punk. Dal 1985 in avanti, Valor si è di fatto appropriato del nome della
band, portandola via via su territori gothic dark di scuola europea e
anglo-britannica in particolare, sino a perdere non poco del suono originario e
ad approdare sempre più ad un banale black metal, stile ultimi Cradle of Filth.
Della discografia con Valor, dal 1985 in avanti, il mini The Wind Kissed
Pictures (1985) e lavori quali The Scriptures (1987), il blasfemo Sex
and Drugs and Jesus Christ (1988), il dittico All the Love All
the Hate (1989), Prophecies (1996), Born Again Anti-Christian
(2000) ed American Inquisition (2007) sono ancora validi e da avere, ma
tutto il resto non è veramente all'altezza del grande passato. Infinitamente
superiori i Christian Death rimessi in piedi da Williams dal 1992 in poi,
coerenti con la più pura identità artistica del death rock primigenio: in
dischi come The Iron Mask (1992: partecipano i Sex Gang Children), The
Path of Sorrows (1993), Iconologia (1993, dal vivo), The Rage of
Angels (1994), Death in Detroit (1995, altro live), riaffiora tutta l'eredità
dei veri 'Christian Death'. Chi di loro non possedesse nulla e volesse iniziare
un'opera di necessaria quanto auspicatissima scoperta può partire se vuole
anche dall'esaustiva raccolta 1981-1989 dal titolo Incantations (uscita
nel 1993). Con la sua Arte, il grande e compianto Rozz Williams ci ha altresì
mostrato sin dove si sia spinto il messaggio del Bowie anni Settanta.
Dai Christian Death – nonché dalle Super Heroines – è derivato, inoltre,
il primo super-gruppo del death rock, gli storici Shadow Project, I maestri
indiscussi nel saper unire post punk e metal gotico, con aperture art rock alla
Roxy Music (primo periodo). Per loro un nastro, tre album ed un live, tutti tra
il 1987 ed il 1998. Nel loro epitaffio, dal titolo From the Heart,
compare anche il tastierista dei Saviour Machine.
Attorno ai Christian Death,
nell'America di fine '70 / primi '80, ruota tutto un mondo, sotterraneo ed
ancora oggi misconosciuto. Il vero underground come sanno i cultori di cose
sepolte. In questo caso sepolte in tombe di cimiteri di provincia, gli stessi
dove la notte amava passeggiare Lovecraft. Tra il 1978 e il 1981, la Bay Area
di San Francisco (di lì a breve culla del thrash metal) vede sorgere Bags
(primo nucleo di Legal Weapon e, soprattutto, Gun Club), Sleepers e Rhino 39.
Da questi ultimi, in principio autori d'un feroce hardcore con pochi
compromessi, nascono gli TSOL, acronimo per True Sounds of Liberty. Il loro Dance
With Me (1981), necrofilo e provocatorio, segnò e letteralmente un'epoca,
manifesto unico di un dark-core insieme sepolcrale e ruggente. Con Beneath
the Shadows (1983) ed i due lavori successivi (Change Today del 1984
e Revenge del 1986) la scrittura e le scelte timbriche si fecero più
prog e sinfoniche, con innesti pomposi da drama rock e schemi new wave:
inusuali ma significativi episodi di death rock barocco ed avvolgente. Nel
1987, uscì Hit and Run e si registrò un altro mutamento stilistico:
questa volta la band di LA abbracciava l'hair metal portato alle stelle da
Poison e Faster Pussycat. Nota in margine, di non secondario rilievo: i primi
due degli Offspring (che nulla c'entrano con quanto fatto, di commerciale, da Smash
in avanti) furono dischi di grande death rock e punk metal gotico, sulla scia
proprio degli TSOL, che si sono poi ricostituiti e il cui catalogo è stato
rieditato non a caso dalla Nitro di proprietà degli Offspring.
Sempre californiani, di
Bakersfield, affini ai Christian Death – ma non senza echi Cure e Bauhaus –
erano i Burning Image: quattro anni di attività, scoperti dal produttore dei
Social Distortion. Il canto della notte albergò nei loro nastri, EP e singoli
del quadriennio 1983-1987: death rock californiano, in tutta la sua purezza, al
suo meglio. Da riascoltare con la dovuta attenzione.
Altri acts, altre storie.
Anzi, altra Storia. Tutta made in california, in quella Los Angeles che è stata
autentico fulcro di un grandioso movimento. Cominciamo coi Flesh Eaters, nati
per iniziativa di ex membri degli storici X e dei Divine Horsemen: un mini LP e
due album, tra il 1978 e il 1981, molto amati anche dai cultori del roots rock
alla Stan Ridgeway. Sorti nel 1978 e basilari i Kommunity FK (formazione dal
gusto notevolmente sperimentale): molteplici lavori, tra death rock e gothic
noise di marca elettronica, ideale punto di incontro di Throbbing Gristle (e di
quel che c'è, in loro, del 'nume tutelare' William Burroughs), Velvet Underground,
Joy Division e di glam-punk alla David Bowie / Iggy Pop. Per dirla
diversamente: Andy Wharol in musica. Dal 1981 al 1989, lungo, pertanto, tutto
l'arco del decennio, strettamente connaturati ad esso, furono poi attivi i 45
Grave, band grandiosa, in bilico tra horror punk e il death rock neo-gotico (la
vera cifra del dark a stelle e a strisce), molto alla TSOL e formati da ex
componenti dei Germs. A loro volta, membri dei 45 Grave hanno militato nei più
noti Gun Club, tra il 1981 e il 1984: uno sposalizio di estetica post punk,
death rock americano e influenze mutuate da Nick Cave. Chi ama i 45 Grave non
può esimersi dal procurarsi le leggendarie Super Heroins di Eva O (attive dal
1981 al 1985): nel loro approccio il synth, utilizzato in maniera diversissima
dal coevo electro-pop britannico, mostra tutta la propria utilità nella pittura
di paesaggi sonori che rimangono una testimonianza, indimenticabile, del più
sanguigno e viscerale death rock losangelino.
Femminile anche l'universo di
Morticia, in pista sin dal primo demo tape del 1986. E ringraziamo la nostra
Black Widow per averla ristampata. La label genovese ha il merito di avere
atresì pubblicato i Ripper di Dead Have Risen, nel 2007: perfetto mix di
Danzig, Samhain (si diceva di Halloween e della sua codificazione americana),
Death SS ed appunto Morticia, sotto le insegne di un tenebroso e potente horror
metal. Più classicamente death rock, nel solco tracciato in profondità dai
Christian Death, gli storici Pompeii 99, con imprescindibili tastiere, una
luminosa meteora che ha solcato tra 1981 e 1982 i cieli di Los Angeles. Grande
musica, in anticipo sui Sisters of Mercy e sui Damned di Phantasmagoria
(1985). Più avventurosi i Radio Werewolf, il cui death rock, dal 1984 al 1992,
ha saputo incorporare Gotico Americano (per riprendere qui il titolo d'un
capolavoro di Robert Bloch), post punk sintetico con nastri ad anello (stile
Boyd Rice) ed ur-folk industriale, nella vena dei Death in June.
Provenienti dal Nevada, ma con cli
occhi della mente rivolti ai lidi musicali esplorati in California, sono almeno
da menzionare i particolarissimi Theatre of Ice, la cui esistenza sotterranea
s'è protratta dal 1978 al 1993. Tre lustri nei quali la band ha unito gli
incubi elettronici dei Suicide, il retaggio di Iron Butterfly e Roxy Music,
l'hard spaziale di Chrome e Blue Oyster Cult, con il cosmo orrorifico del death
rock più imparentato con una mai sopita ascendenza di scuola punk.
Quest'ultima rifulge, insieme al
mito di Jim Morrison e alle suggestioni di Screaming Jay Hawkins, nella musica
dei Misfits di Glenn Danzig (poi nei Samhain, prima di abbracciare una
rigogliosa ed interessantissima carriera solista). Quello dei Misfits fu un
hardcore a tinte dark, epico ed elaborato, sinistro e melodico: pura mitologia americana,
insieme pulp e weird. Il primo singolo del 1977 – un anno non di certo
qualunque – il lost album Static Age (1978), gli innumerevoli mini e le
altrettanto numerose raccolte, il classico Walk Among Us (1982), i
concerti infuocati ed estremi, spettacolari e grandguignoleschi, quella Last
Caress coverizzata, poi, dai Metallica (a dimostrazione di quanto il thrash
metal americano debba all'hardcore punk) sono tutte pietre posate per
costruire, in musica, il Tempio della Decadenza, tra omaggi a Marilyn Monroe ed
un malcelato amore per l'universo horror statunitense. Il verbo death rock da
cui sono nati, appunto, i Samhain (fra post punk gotico e thrash esoterico) tra
il 1984 e il 1986, con il luciferino vocalist immancabilmente sugli scudi,
affascinante e perverso.
Da New York vennero anche i
Cramps, in assoluto una delle band più importanti e sottovalutate di tutta la
storia del rock. Se ne parla sempre troppo poco, se non pochissimo, nonostante
la creatura di Lux Interior e Poison Ivy abbia saputo portare il rock and roll
anni Cinquanta all'Inferno e ritorno, formendone una versione sulfurea,
ritmicamente aggressiva, velocissima e maledetta, inquietante e lisergica. I
Cramps sono stati il vero anello di congiunzione tra punk and roll e voodoo
rock e titoli come Songs the Lord Thought Us, A Date With Elvis, Psychedelic Jungle
la dicono – ancora oggi – molto lunga, mentre i loro shows al mitico CBGB's
della Grande Mela sono rimasti nella memoria d'innumerevoli fans del death rock
primevo.
Altri gruppi importanti e poco
noti, tutti in bilico tra death rock e horror punk alla Misfits, restano i
Silver Chalice, Mighty Sphincter, Mnemonic Device, Outer Circle, Ex-VoTo, Scarecrow, Holy Cow, Of a Mesh,
Chop Shop, Shadow of Fear, Reds, Brigandage, Blood and Roses, Brain Eaters,
Plague, Children’s Zoo, Ochrana, Gargoyle Sox, Kryst the Conqueror, Doyle
Wolfgang Von Frankenstein, i bradburyani Fahrenheit 451, i favolosi The Naked
and the Dead (un capolavoro, il loro unico disco del 1985), i gothic punk
Dwarves (stile TSOL e primi Offspring), i Voodoo Church (1982, lungo la scia
della primissima Siouxie), in anni a noi più recenti Joykiller (creati da ex
membri dei Weirdos), Gotham Road (quando il nome dice tutto ed il peccato si fa
musica) ed i più melodici London After Midnight, maggiormente prossimi alla
dark wave tedesca. Da tenere in altissima considerazione poi i Mephisto Waltz
ed i Faith and the Muse, entrambi formati da membri di Christian Death e Shadow
Project. Due maniere, convergenti, per portare nel presente e proiettare nel
futuro il death rock. Un discorso simile vale per i Tragic Black di Salt Lake
City. E per quella grande musica che non muore mai, che sa aggiornarsi senza
rinnegare se stessa, sopravvivendo alle mode e rimanendo fedele alla propria poetica.
Davide Arecco


