Uno dei dischi meno accessibili degli anni '70, German Oak viene registrato dentro un bunker con l'intento di riprodurre in musica il dramma vissuto dalla generazione precedente durante l'invasione della Germania del '44. Il risultato è una musica claustrofobica e ansiogena ma assolutamente affascinante. Praticamente una jam band composta da chitarre, organo, basso, batteria e percussioni (la sezione ritmica spesso va per conto proprio esprimendo ritmi marziali). Quattro pezzi, due dei quali mini suite. Si inizia con quello che può definirsi proto-industriale (da lì a pochi anni Genesis P-Orridge e compagni fondano la Industrial Record e nel '77 danno alla luce The Second Annual Report diventando capiscuola del movimento). Non musica ma atmosfera, anche grazie a voci distorte, deformate, echi e rumori non identificabili. La seconda parte del disco è più "ascoltabile" ed è krautrock allo stato puro, intendendo per krautrock quel fiume di creatività e libertà espressiva così presente nei giovani artisti tedeschi di quegli anni. Una straordinaria miscela che non da un secondo di tregua all'ascoltatore. All'epoca sospettati di essere filo-nazisti (gli stessi sospetti che oggi vengono riservati al genere folk apocalittico di gruppi come Death in June, Laibach, Sol Invictus ecc.), i ragazzi di Dusseldorf non vendettero neanche un lp anche per il rifiuto dei negozi di promuovere un disco che come artwork riproduce un soldato tedesco con l'elmetto di ferro e nel retro della copertina scritte utilizzando il carattere gotico (Fraktur) tanto in voga nel primi anni del regime. Oggi assolti dall'essere simpatizzanti del Nazionalsocialismo i collezionisti fanno carte false per possedere il vinile originale anche se consapevoli di posare sul piatto dello stereo disperazione ed inquietudine. German Oak (ristampato con aggiunti tre pezzi indediti registrati precedentemente) è imprescindibile per chi vuole conoscere e approfondire il rock underground tedesco anni '70.
martedì 29 novembre 2016
lunedì 14 novembre 2016
KALACAKRA - CRAWLING TO LHASA
Un disco malato, ossessivo. Basterebbe questo per raccontare Kalachakra (Ruota del Tempo), una delle pratiche più
elevate ed esoteriche del Buddhismo Tibetano, tanto che viene definito da
alcuni come il "Re dei Tantra". Questo il nome piuttosto impegnativo (che
diventa Kalacakra) scelto da Heinz Martin (antiquario di Duisburg appassionato d’arte
e cultura indo-tibetana nonché multistrumentista che si cimenta con piano, chitarra,
violino, violoncello, flauto e synth…in pratica tutto) e Claus Rauschenbach per registrare una delle opere più suggestive
e mistiche del panorama musicale tedesco dell’epoca dal titolo Crawling To
Lhasa (letteralmente strisciare fino a Lhasa, in Tibet). A parte i pochi ed
inquietanti passaggi vocali presenti, e quei pochi sembrano uno sciamanico tentativo
di trasmettere una sorta di rito rigenerativo sull’ascoltatore ignaro, questi
quaranta minuti scarsi (ma costosissimi nella loro versione originale andata
invenduta all’epoca e rarissima oggi) di musica misteriosa lambiscono senza mai
toccare le coste del raga (presenti sonorità orientali anche grazie al sitar - ca va sans dire), della psichedelia, di alcune cupe sonorità
medioevali nonché un blues rarefatto e siccome siamo in Germania possiamo definire cosmico, il tutto con profonde vibrazioni hippy. Anche
dopo svariati ascolti rimaniamo quello che siamo, non avremo una comprensione
profonda dell’anima e del mondo e il
disco (la ristampa in cd forse è più corretto) non ha poteri taumaturgici su di
noi. Ma la serata giusta e con l’atmosfera giusta un intimo ascolto di Kalachakra
può regalare intense emozioni.
venerdì 4 novembre 2016
RUFUS ZUPHALL - PHALLOBST
Per tutti gli amanti della scena underground tedesca anni '70 il fungo della Pilz, (sotto)etichetta della BASF, rappresenta un culto. Una manciata di dischi, uno più raro e bello dell'altro, e qualche singolo. Tra questi il secondo firmato Rufus Zuphall, band straordinaria composta da musicisti straordinari, su tutti Klaus Gulden, flautista sublime. Che a distanza di un anno da Weiss der Teufel (un capolavoro che nessuno all'epoca considerò) i Nostri riuscissero ad avere la bravura di ripetersi, e secondo me superarsi, ci credette solo il sig. Kaiser, produttore discografico grazie al quale tante bands sconosciute hanno lasciato testimonianza di quanto fosse elevata la creatività musicale di quegli anni in Germania. E rieccoci a parlare di folk, jazz, progressive, blues...muri di suono alternati a dolcezza disarmante...strumenti ora maltrattati ora curati come figli. Non c'è un solco di questo disco dove il livello non sia altissimo. Più lo ascolti più scopri quanti sono i colori e le sfumature presenti, che qualcosa ti eri perso nelle decine di volte che lo avevi ascoltato prima di questa. Stasera ad esempio non ricordavo che Schnupfer e Waste Land fossero due canzoni stupende. La prima è il pezzo che dovrebbe chiudere ogni concerto rock, quando la band richiamata sul palco per la terza volta suona l'ultimo pezzo, quello che ci sazia e ci fa applaudire più forte di quello di fianco a noi. Qua Gulden suona il flauto come pochi altri, ovunque e per sempre. Nella seconda i ragazzi di Aachen ci prendono per mano, ci dicono di chiudere gli occhi e con la dolcezza di una madre ci sussurrano di non aver paura, che l'armonia e la pace alla fine vincono su tutto. Perchè certe canzoni possono fare i miracoli, altre lo sono.
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