Voivod - Spazio Boss, 21 agosto 2016 - La Spezia
Acquistai "Rock: 500 dischi da collezione" nel 1989. Avevo 14 anni. Li scoprì lì. Voivod. Canadesi. Tra Metallica e Pink Floyd. Cuori punk. Non li trovai sino al 1993. Domenica 21 agosto ho potuto vederli dal vivo a La Spezia, con amici veri. Non eravamo tantissimi, tra il pubblico. Forse meno di trecento persone. Ma che importa, eravamo noi. Il resto non conta. Un concerto indimenticabile, quasi commovente. Una delle serate più belle della mia vita. Il coronamento per un'attesa durata 27 anni. I classicvi, tutti: quasi un brano da ogni disco - eccezion fatto per Negraton (1995) e Phaobos (1997), che videro alla voce Eric Forrest al posto di Snake - nell'entusiasmo generale. Una predilezione per il cybertrash tecnologico e fantascientfico del primo periodo. L'ipertecnica metronomica di Away dietro le pelli, una chitarra e precisa e ruggente, un basso tellurico e quasi spaziale, il vocalist dei bei tempi. L'apoteosi finale con Astronomy Domine, dedicata non senza commozione al compianto Piggy. Il miracolo - musicale, quindi artistico - si è compiuto. In una notte d'estate ho rivisto, ritrovato e rivissuto, come d'incanto, i miei quindici anni, la mia giovinezza che credevo perduta, o comunque lontana. Loro erano l'ì. a solo poco metri da me. Tutto era lì, il tempo si è fermato, le lancette dell'orologio della vita hanno cominciato a scorrere all'indietro. Gli hanni che pensavo smarriti per sempre di nuovo presente, come per magia. Lì con me. Con noi tutti sotto il palco. Perchè non è vero che il passato non ritorna. Ritorna, eccome. Basta crederci, basta con pazienza saperlo attendere. L'innocente ed irripetibile purezza dei vent'anni. Di un tempo che è stato anche mio, nostro, di noi che eravamo lì. Un tempo, musicale e non solo, che a volte ritorna. Quando quattro ragazzi eterni del Quebec imbracciano i loro strumenti e - senza smettere di sorridere - incendiano i cuori dei presenti. Li fanno tornare quasi bambini. Di certo felici come bambini. Crescere, maturare, diventare adulti? Roba per i "grandi" e i presuntuosi. A me, a noi, non interessa. E' altro ciò che conta. Sapersi emozionare. Contro il tempo, al di là di esso.
Davide Arecco
lunedì 29 agosto 2016
sabato 27 agosto 2016
TWOGETHER - A COUPLES OF TIMES
Nella sua semplicità il nome che si sono dati Klaus Bangert e Reinhard Fischer è geniale. Two + together diventa Twogether e letteralmente insieme e in due nel 1973 a Dusseldorf fanno stampare privatamente 500 copie del loro unico disco dal titolo "A couple of times", uscito con in copertina un geometrico disegno in bianco e nero che, a distanza di circa cinquant'anni, richiama alla mente le foto degli splendidi nudi artistici zebrati di Chris Maher. Tornando alla musica organo, piano, sintetizzatore per il primo e alla batteria il secondo suonano un mix di rock classico e jazz con richiami soul, elegante e mai pomposo come altri esperimenti dell'epoca, a tratti addirittura "ballerino". Disco non solo strumentale (in alcune canzoni Bangert canta e per non essere il suo mestiere tutto sommato si esprime in maniera decisamente piacevole) che potremmo definire, in modo tutt'altro che riduttivo, "easy listening", caratteristica insolita nel mare magnum della musica underground tedesca di quegli anni. I due alternano semplici e ripetitvi tappeti ritmici a sonorità più corpose dove una sorta di forma canzone non viene mai meno se non nella melodico-progressiva "I look around", bella e malinconica ballata d'atmosfera. Il master originale è andato perso e la riedizione in cd, registrata dalla prima stampa originale, per quanto ripulita elettronicamente da difetti, presenta qua e là alcuni immancabili "klicks". Quest'ultimo dettaglio, trascurabile dai più, è rivolto agli amici feticisti del vinile.
mercoledì 3 agosto 2016
THINK - VARIETY
Un disco veramente molto bello. Progressivo, folk, jazz,
blues, funky (!). Improvvisazione, melodia, eclettismo, creatività…Variety a tutti gli
effetti. Come varie sono le nazioni da cui provengono i componenti. Ungheria,
Germania e Cecoslovacchia. La bellezza di Variety si coglie da subito nelle
prime note della title-track. Il flauto e il violino iniziano a cullarci per
poi lasciare spazio a derive jazzate, il tutto arricchito da un organo mai
prepotente.
Sulla falsariga del primo pezzo così scorre tutto il disco, un amalgama
perfetta di stili e variazioni di ritmo. L’imprevedibilità è la costante di
questa unica gemma registrata privatamente dai Think tramite la Menga (casa
discografica di cui si conosce poco e niente se non che ha pubblicato anche l’unico
disco dei Join In nello stesso anno). Un disco che va ascoltato con attenzione,
più volte. E anche durante l’ultimo ascolto si colgono sfumature sfuggite in
quelli precedenti, a riconferma della semplice e accessibile complessità di uno
dei migliori dischi tedeschi dell’epoca. E
forse non solo tedesco. Ovviamente il vinile è raro e costosissimo ma la Garden of Delights ha rieditato il disco rendendolo accessibile a tutti.
lunedì 1 agosto 2016
John Carpenter – Lost Themes II (Sacred Bones, USA, 2016)
Secondo capitolo di 'temi perduti' per John Carpenter. Il grande regista e
compositore statunitense – coadiuvato dal figlio Cody e da Daniel Davis – ci
regala altri dodici brevi colonne sonore per 'film immaginari'. Rispetto al
primo Lost Themes, l'impronta complessiva si è fatta qui leggermente più rock e
ritmata, a tratti vagamente industriale. Il suono resta comunque molto anni
Ottanta, dal punto di vista delle scelte timbriche adottate: un dark
elettronico che Carpenter iniziò a forgiare a partire da Distretto 13 e
naturalmente da Halloween, e che si mostra tuttora attuale. Pezzi come gli
iniziali Distant Dream e White Pulse definiscono, bene e subito, le coordinate
stlistiche del progetto: algidi, freddamente tecnologici, cinematografici e
inquietanti, quasi matematici nella loro costruzione, ma ricchi di colori e
atmosfere suggestive, oscuri senza essere ossessivi. Lo stesso discorso vale
poi per Windy Death, Virtual Survivor, Utopian Facade, Real Xeno e l'omaggio
Bela Lugosi, composizioni concentrate sul lato B del disco (Carpenter è
piacevolmente all'antica nel suddividere anche il CD in due sides). Mentre vi
scriviamo, il regista sta portando in tournée – anche in Italia – queste e le
altre sue colonne sonore più celebri, le migliori delle quali restano quelle
del periodo 1976-1983. In Lost Themes II, sintetizzatori e tastiere disegnano
paesaggi sonori antichi e moderni nello stesso tempo, fedeli alla tradizione e
resi attuali dal gusto di un autore sempre aggiornato. Uno
splendido lavoro, tra musica e cinema (virtuale).
Davide Arecco
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