venerdì 4 novembre 2016

RUFUS ZUPHALL - PHALLOBST




 
Per tutti gli amanti della scena underground tedesca anni '70 il fungo della Pilz, (sotto)etichetta della BASF, rappresenta un culto. Una manciata di dischi, uno più raro e bello dell'altro, e qualche singolo. Tra questi il secondo firmato Rufus Zuphall, band straordinaria composta da musicisti straordinari, su tutti Klaus Gulden, flautista sublime. Che a distanza di un anno da Weiss der Teufel (un capolavoro che nessuno all'epoca considerò) i Nostri riuscissero ad avere la bravura di ripetersi, e secondo me superarsi, ci credette solo il sig. Kaiser, produttore discografico grazie al quale tante bands sconosciute hanno lasciato testimonianza di quanto fosse elevata la creatività musicale di quegli anni in Germania. E rieccoci a parlare di folk, jazz, progressive, blues...muri di suono alternati a dolcezza disarmante...strumenti ora maltrattati ora curati come figli. Non c'è un solco di questo disco dove il livello non sia altissimo. Più lo ascolti più scopri quanti sono i colori e le sfumature presenti, che qualcosa ti eri perso nelle decine di volte che lo avevi ascoltato prima di questa. Stasera ad esempio non ricordavo che Schnupfer e Waste Land fossero due canzoni stupende. La prima è il pezzo che dovrebbe chiudere ogni concerto rock, quando la band richiamata sul palco per la terza volta suona l'ultimo pezzo, quello che ci sazia e ci fa applaudire più forte di quello di fianco a noi. Qua Gulden suona il flauto come pochi altri, ovunque e per sempre. Nella seconda i ragazzi di Aachen ci prendono per mano, ci dicono di chiudere gli occhi e con la dolcezza di una madre ci sussurrano di non aver paura, che l'armonia e la pace alla fine vincono su tutto. Perchè certe canzoni possono fare i miracoli, altre lo sono.

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