lunedì 27 febbraio 2017

HARMONIUM - SI ON AVAIT BESOIN D'UNE CINQUIEME SAISON

                                       



La terra della foglia d'acero ha prodotto cose interessanti soprattutto in epoche più recenti. Basti citare il delicato indie-rock dei Cowboy Junkies, l'intrigante catologo Constellation con Godspeed You Black Emperor su tutti (nochè i loro progetti paralleli quali Esmerine o Hrsta, tra sperimentazione ed energico post-rock) e gli incantevoli Tindesticks. Più povera la produzione negli anni settanta ma sufficiente per averci regalato un disco straordinario, ossia le "Cinque Stagioni" degli Harmonium. Folk progressivo dove le chitarre acustiche e il flauto permettono agli altri strumenti (non è presente la batteria) di intervenire da contorno alla loro dichiarazione d’amore, ricordando a mellotron e tastiere che sono lì solo per accompagnarli nel loro incantevole fraseggio. Primavera, estate, autunno e inverno scorrono piacevolmente e sono i preliminari per l’introduzione ad una quinta stagione della durata di circa 17 minuti. Un brano bellissimo che dopo tanti ascolti riesce ancora a deliziare. Progressive, passaggi da teatrino vaudeville, musica da film e a tratti classica che dal minuto quattordicesimo fino allo splendido finale ci regala ancora fortissime emozioni grazie soprattutto all'amplesso musicale tra chitarra e flauto, qui sublimissimi. 
Nota di colore: a differenza di tutte le band dell'epoca dove i vari componenti spesso sono immortalati con espressioni sballate o sguardi persi naturale conseguenza degli effetti di sostanze psicotrope tanto in voga negli anni settanta, i Nostri, al contrario, sono sempre raffigurati sorridenti e molto poco "underground".

 

venerdì 27 gennaio 2017

HOLDERLINS - TRAUM



Preso in prestito il nome di uno dei più grandi poeti tedeschi del XIX secolo, gli Holderlin incidono nel 1972 il loro album d’esordio interamente cantato in tedesco (la voce della sconosciuta cantante teutonica riesce a rendere dolce ed avvolgente un idioma non proprio adatto al cantato, men che meno nella musica rock), peculiarità che verrà meno nelle loro opere successive. Folk progressivo con tinte ora cupe ora sognanti, Traum ha come interpreti principali la chitarra acustica e delicate percussioni. A completare il mosaico sonoro di questa fondamentale opera (per chi ovviamente vuole conoscere ed approfondire il krautrock “minore” di quegli anni) intervengono delicati fraseggi di  flauto, violino, sitar e mellotron (sarà un caso ma lo stesso Friedrich che narra i turbamenti amorosi di Iperione si cimentava con pianoforte e flauto come distrazione agli studi classici). Atmosfere bucoliche tra  venature progressive quasi impalpabili scorrono delicatamente per tutti i 35 minuti scarsi di questo disco inciso dal mitico funghetto di Berlino, il tutto all’interno di una splendida e coloratissima copertina che rappresenta una delle tante versioni dell’albero della vita. 
 
 “Peter'' and "Strohhalm” sono le due tracce più tradizionali dell’album, semplice ed immediato folk, mentre "Requiem Fur Einen Wicht" ma soprattutto il pezzo che da il nome all’opera sono più complesse e dimostrano la maestria dei giovani ragazzi di Dusseldorf. Quando i Nostri aggiungono una “e” diventando Hoelderlin l’ispirazione e la vena di Traum non si ritroverà più in nessuna delle loro opere successive.

venerdì 6 gennaio 2017

PAUL BRETT'S "HANDFUL OF RAIN"

"Avevo un amico che ha distrutto la sua vita. Ha lasciato due figli e una bellissima moglie. Cose strane gli passavano per la testa. Era l'uomo che ha venduto l'amore per un pugno di pioggia.
Ha aperto la porta ed è uscito dalla sua gabbia, fuori, nella notte, solo per girare un'altra pagina della sua vita che non era altro che una finzione. Era l'uomo che ha venduto la sua casa per un pugno di pioggia. 
Ieri l'ho visto che andava verso la luce splendente, come una falena attratta dal luccichio. Mi ha spezzato il cuore quando non mi ha riconosciuto. Era l'uomo che ha venduto un amico per un pugno di pioggia.
Ora vive il tempo preso in prestito, dormendo dove capita perchè lentamente sta morendo. Solo Dio gli si avvicina abbastanza da sentire le sue preghiere nascoste dietro il pianto.
Era l'uomo che ha venduto la sua vita per un pugno di pioggia".
                                                               

Che io sappia Paul Brett è un arzillo signore di settant'anni che dopo aver suonato la chitarra in gruppi e artisti seminali come Strawbs, Fire, Al Stewart e Roy Harper ha pubblicato tre dischi come Paul Brett Sage (buona commistione tra prog e folk) e materiale solista raccolto in vari dischi il primo dei quali, omonimo del '73, contiene "handful of rain" (nonchè altri due o tre godibilissimi pezzi dove la presenza di "antiques" - così violino e flauto vengono chiamati nelle note di copertina - accompagnano la chitarra acustica del Nostro). Una sera un amico mentre ascoltavamo musica mi ha detto che per lui chi scrive una bella canzone merita il paradiso per le emozioni che riesce a trasmettere. Se è così allora per me Paul Brett ne avrà pieno diritto perchè la sua "un pugno di pioggia" è una gemma preziosissima che di emozioni ne regala tantissime.

lunedì 5 dicembre 2016

BRAINTICKET - CELESTIAL OCEAN

Menti espanse, geniali, avanguardiste non potevano che suoare una musica diffcilmente collacabile in un genere pre-confezionato. Con Celestial Ocean (terzo di tre dischi, uno più sperimentale dell'altro) si può giocare e trovare definizioni creative: cosmic-raga, proto-new age, folk cosmico, electric mystic music? A tratti la colonna sonora di un film di fantascienza anni '60, a tratti sottofondo per un viaggio lisergico che si svolge nello spazio in compagnia di sognanti intermezzi di voci narranti rarefatte, echi e rumori provenienti da altri mondi. Flauto, sitar, percussioni, tastiere, organo, effetti sonori, le voci (spesso duetti), il tutto magicamente amalgamato per creare un'opera visionaria che ci fa volteggiare senza gravità e punti di riferimento in un oceano celestiale, in un mondo parallelo, onirico. La musica di un futuro non così lontano e disumanizzato ma quella di un passaggio, piu o meno consapevole, ad una nuova dimensione spazio tempo le cui coordinate ci vengono date da questi 37 minuti di improvvisazioni, atmosfere dilatate ed eteree. Prendete la parte disperata di Robert Wyatt in Rock Bottom, l'atmosfera mistica che sa ancora oggi trasmetterci Hosianna Mantra dei Popol Vuh, le parti più robotiche di Generazione Proteus di Cammel, innaffiate il tutto con il latte e mescalina bevuto da Alex e i suoi drughi in una Arancia Meccanica non violenta e avrete gli ingredienti base per inizire a preparare il cocktail Celestial Ocean. Quello che manca fatelo aggiungere dalla vostra immaginazione e fantasia. Magari per questo esercizio consiglio un divano comodo, il buio totale e dissociatevi da tutto quello che avete fatto prima di schiacchiare "play" e tutto quello che farete quando riaprirete gli occhi e la luce. Buon viaggio.


martedì 29 novembre 2016

GERMAN OAK - S/T




Uno dei dischi meno accessibili degli anni '70, German Oak viene registrato dentro un bunker con l'intento di riprodurre in musica il dramma vissuto dalla generazione precedente durante l'invasione della Germania del '44. Il risultato è una musica claustrofobica e ansiogena ma assolutamente affascinante. Praticamente una jam band composta da chitarre, organo, basso, batteria e percussioni (la sezione ritmica spesso va per conto proprio esprimendo ritmi marziali). Quattro pezzi, due dei quali mini suite. Si inizia con quello che può definirsi proto-industriale (da lì a pochi anni Genesis P-Orridge e compagni fondano la Industrial Record e nel '77 danno alla luce The Second Annual Report diventando capiscuola del movimento). Non musica ma atmosfera, anche grazie a voci distorte, deformate, echi e rumori non identificabili. La seconda parte del disco è più "ascoltabile" ed è krautrock allo stato puro, intendendo per krautrock quel fiume di creatività e libertà espressiva così presente nei giovani artisti tedeschi di quegli anni. Una straordinaria miscela che non da un secondo di tregua all'ascoltatore. All'epoca sospettati di essere filo-nazisti (gli stessi sospetti che oggi vengono riservati al genere folk apocalittico di gruppi come Death in June, Laibach, Sol Invictus ecc.), i ragazzi di Dusseldorf non vendettero neanche un lp anche per il rifiuto dei negozi di promuovere un disco che come artwork riproduce un soldato tedesco con l'elmetto di ferro e nel retro della copertina scritte utilizzando il carattere gotico (Fraktur) tanto in voga nel primi anni del regime. Oggi assolti dall'essere simpatizzanti del Nazionalsocialismo i collezionisti fanno carte false per possedere il vinile originale anche se consapevoli di posare sul piatto dello stereo disperazione ed inquietudine. German Oak (ristampato con aggiunti tre pezzi indediti registrati precedentemente) è imprescindibile per chi vuole conoscere e approfondire il rock underground tedesco anni '70.

lunedì 14 novembre 2016

KALACAKRA - CRAWLING TO LHASA



 
 
Un disco malato, ossessivo. Basterebbe questo per raccontare Kalachakra (Ruota del Tempo), una delle pratiche più elevate ed esoteriche del Buddhismo Tibetano, tanto che viene definito da alcuni come il "Re dei Tantra". Questo il nome piuttosto impegnativo (che diventa Kalacakra) scelto da Heinz Martin (antiquario di Duisburg appassionato d’arte e cultura indo-tibetana nonché multistrumentista che si cimenta con piano, chitarra, violino, violoncello, flauto e synth…in pratica tutto) e Claus Rauschenbach  per registrare una delle opere più suggestive e mistiche del panorama musicale tedesco dell’epoca dal titolo Crawling To Lhasa (letteralmente strisciare fino a Lhasa, in Tibet). A parte i pochi ed inquietanti passaggi vocali presenti, e quei pochi sembrano uno sciamanico tentativo di trasmettere una sorta di rito rigenerativo sull’ascoltatore ignaro, questi quaranta minuti scarsi (ma costosissimi nella loro versione originale andata invenduta all’epoca e rarissima oggi) di musica misteriosa lambiscono senza mai toccare le coste del raga (presenti sonorità orientali anche grazie al sitar - ca va sans dire), della psichedelia, di alcune cupe sonorità medioevali nonché un blues rarefatto e siccome siamo in Germania possiamo definire cosmico, il tutto con profonde vibrazioni hippy. Anche dopo svariati ascolti rimaniamo quello che siamo, non avremo una comprensione profonda  dell’anima e del mondo e il disco (la ristampa in cd forse è più corretto) non ha poteri taumaturgici su di noi. Ma la serata giusta e con l’atmosfera giusta un intimo ascolto di Kalachakra può regalare intense emozioni.

venerdì 4 novembre 2016

RUFUS ZUPHALL - PHALLOBST




 
Per tutti gli amanti della scena underground tedesca anni '70 il fungo della Pilz, (sotto)etichetta della BASF, rappresenta un culto. Una manciata di dischi, uno più raro e bello dell'altro, e qualche singolo. Tra questi il secondo firmato Rufus Zuphall, band straordinaria composta da musicisti straordinari, su tutti Klaus Gulden, flautista sublime. Che a distanza di un anno da Weiss der Teufel (un capolavoro che nessuno all'epoca considerò) i Nostri riuscissero ad avere la bravura di ripetersi, e secondo me superarsi, ci credette solo il sig. Kaiser, produttore discografico grazie al quale tante bands sconosciute hanno lasciato testimonianza di quanto fosse elevata la creatività musicale di quegli anni in Germania. E rieccoci a parlare di folk, jazz, progressive, blues...muri di suono alternati a dolcezza disarmante...strumenti ora maltrattati ora curati come figli. Non c'è un solco di questo disco dove il livello non sia altissimo. Più lo ascolti più scopri quanti sono i colori e le sfumature presenti, che qualcosa ti eri perso nelle decine di volte che lo avevi ascoltato prima di questa. Stasera ad esempio non ricordavo che Schnupfer e Waste Land fossero due canzoni stupende. La prima è il pezzo che dovrebbe chiudere ogni concerto rock, quando la band richiamata sul palco per la terza volta suona l'ultimo pezzo, quello che ci sazia e ci fa applaudire più forte di quello di fianco a noi. Qua Gulden suona il flauto come pochi altri, ovunque e per sempre. Nella seconda i ragazzi di Aachen ci prendono per mano, ci dicono di chiudere gli occhi e con la dolcezza di una madre ci sussurrano di non aver paura, che l'armonia e la pace alla fine vincono su tutto. Perchè certe canzoni possono fare i miracoli, altre lo sono.