Nella prima metà degli anni Settanta, la fusion – inventata da Miles Davis, dai Lifetime di Tony Williams e da John McLaughlin – scopre i sintetizzatori ed il funk: i Weather Report di Joe Zawinul (da Sweetnighter, del 1973, in avanti), i Return to Forever di Chick Corea, il Lenny White di The Adventures of the Astral Pirates (1978, realizzato in collaborazione con Patrick Gleason, mago del sintetizzatore già al fianco di Herbie Hancock) declinano tutti in chiave elettronica e fantascientifica il verbo funk-fusion, portando il jazz-rock su lidi mai prima esplorati. Stagione irripetibile, con veri e propri vertici di qualità musicale e grande attenzione per i suoni. Tutto questo, mentre Gil Evans – oltre dieci anni prima della sua collaborazione con Sting – ricupera il messaggio hendrixiano aiutato dal virtuoso John Abercrombie (reduce dall'esperienza con i Dreams, di Billy Cobham e dei fratelli Brecker) ed il francese Jean-Luc Ponty – collaboratore tra gli altri di Zappa e Holdsworth – incarna del jazz-rock il volto più introspettivo ed impressionistico. Francesi ed ancora attivi, naturalmente, i Magma di Christian Vander, che dopo i primi lavori inserirono non pochi elementi elettronici nelle loro composizioni improntate allo stesso free jazz dell'ultimo Coltrane, sino a delineare una identica ed aliena mistica dello spazio. Tante band di zeuhl, francese e non soltanto, li hanno seguiti, da fine anni Settanta sino ad oggi e con risultati quasi sempre eccellenti. Anche la cosiddetta no wave d'area newyorkese, madrina del Rock in Opposition (RIO), ne è un'estrema propaggine.
Al di là dell'oceano, si distinguono David Sancious con a A Forest of Feelings (1975, assai prossimo al più classico e pomposo prog sinfonico di marca britannica) e soprattutto gli Automatic Man, della coppia Pat Thrall-Michael Shrieve (ex Santana): due splendidi lavori di jazz-funk spaziale, debitore verso la science fiction sin dalla grafica aliena, con brani ricolmi di energia, spumeggianti e potenti, oltre che fantasiosi e senza troppi schemi prefissati. In quello stesso periodo (il 1976), Shrieve si unì anche ai Go del batterista giapponese Stomu Yamash'ta per due dischi in studio e uno dal vivo: della formazione, oltre a Stevie Winwood, erano parte anche Al Di Meola alla chitarra e soprattutto Klaus Schulze alle tastiere.
Un incrocio irripetibile di jazz rock albionico, aromi americani, scale orientali ed elettronica sintetica
d'impronta kraut. Un vero incontro di mondi e di culture.
Rimasti misconosciuti ai più, malgrado le ristampe Wounded Bird, autentico gruppo di culto, furono gli americani Stardrive. Si tratta di uno dei più grandi gruppi statunitensi di metà anni Settanta, che incise su major (la Columbia, addirittura), eppure si sciolse e nell’indifferenza generale, che perdura tutt’oggi, dato che si continua, colpevolmente, ad ignorarli. Gli Stardrive erano la creatura di Robert Mason, un virtuoso delle tastiere: realizzarono Intergalactic Trot (1973) e Stardrive (1974), il primo con la collaborazione di Michael Brecker e di batteristi pronti al grande salto, come Steve Gadd e Bruce Ditmas. Due autentici capolavori di synth-funk elettronico, sia epico sia futuristico, in grado di rileggere i Tangerine Dream alla luce della fusion. La musica degli Stardrive, ch'era letteralmente dominata dai sintetizzatori di Mason, era complessa, teatrale, elaborata, ambiziosa, ora potente e ora più riflessiva (ma sempre molto dinamica).
Forse, il gruppo aveva un suono troppo tastieristico per piacere agli amanti del jazz-rock ed era troppo fusion per essere apprezzato da quanti ascoltavano il rock sinfonico. In effetti la proposta di Mason e compagni si situava idealmente tra funk, elettronica anglo-tedesca tendente al progressive e jazz rock dalle tinte fantascientifiche. Da riscoprire, e senza più indugi o titubanze di sorta.
Un ruolo realmente determinante in questi nuovi ed entusiasmanti scenari musicali giocò la musica
elettronica, sorta in Germania Ovest per mano di John Cage a Darmstadt e Karlheinz Stockhausen a
Colonia (dove ebbe tra gli allievi i futuri Kraftwerk). Interessantissimo e assai precoce fu l'incontro di free jazz a stelle e a strisce ed elettronica europea. Naturale che i due si confrontassero: si trattava dei
linguaggi sonori più sperimentali ed innovativi dell'epoca, entrambi rivolti al futuro, liberi dalle maglie di vincoli prefissati e votati per natura all'esplorazione di nuovi paesaggi musicali, difficili e ostici per lacuni, ma dal ragguardevole quanto criptico fascino. Free jazz ed elettronica colta erano, durante i Seventies, la migliore incarnazione dello spirito d'avventura in musica. Ripeto, era del tutto naturale che si dovessero incontrare: era scritto nel loro destino, nel loro medesimo DNA.
In America – ove il Moog era stato introdotto, la prima volta, in ambito blues, da Paul Beaver, nello
storico A Long Time Comin' (1968) degli Electric Flag – si distinse in particolare il geniale Anthony
Braxton, musicista da sempre all'avanguardia. Già il suo secondo lavoro, For Alto, del 1969, aveva tra i suoi solchi un omaggio alla musica aleatoria di Cage. Nel 1974 Braxton realizza Trio and Duet, con Dave Holland al basso (con lui già nei Circle) ed in particolare con Dieter Teitelbaum, al synth: si tratta in assoluto di uno dei suoi capolavori: mistico ed astratto, denso di simbolismi musicali, con vortici di Moog, che dialogano con le improvvisazioni del sax, come se il rigore formale di schemi iterativi (di ascendenza tedesca) incrociasse i sentieri free form della nuova scuola statunitense, da Albert Ayler in poi. Teitelbaum ha portato avanti da solo anche in seguito questo genere di discorso artistico, con album quali Der Golem (ispirato al capolavoro esoterico di Gustav Meyrink, intriso di richiami alla tradizione alchemica mitteleuropea) e Declaration of Musical Independence (registrato con Andrew Cyrille e Bill Frisell, tra gli altri), sin dal titolo un'opera che si pone, a un tempo, come dichiarazione d'intenti e manifesto di pensiero. Attuale più che mai, sia pure per palati fini.
Sempre negli USA, si distingue Sun Ra. Album come Space Probe (1969), Live at the Red Garter (1970), The Solar Myth Arkestra (1971), Discipline (1972), Space Is the Place (1972), Deep Purple (1973) e Crystal Spears (1973) forgiano un free jazz cosmico, per la riuscita del quale esercita ruolo primario l'uso del mini-moog. Americano fu anche Dick Hyman, che sin da fine anni Sessanta portò il Moog (intitolandogli appositamente un disco, nel 1969) nel cuore della tradizione jazz – non solo di stampo free – d'oltreoceano. Uno dei punti di partenza irrinunciabili di questa nostra rassegna, ed un altro autore da tornare a frequentare, vista la ricchezza sonora del suo messaggio e la gamma del suo luminoso cromatismo musicale.
Anche in Inghilterra molto si mosse. Forse in maniera (apparentemente) più fredda ed accademica, ma si mosse. Neil Ardley della New Jazz Orchestra – uno dei componenti della grande triade jazz in Gran Bretagna, con Mike Westbrook e Michael Gibbs – realizzò tra il 1978 e il 1979, ad oltre dieci anni dal debutto sulla scena, un classico (ristampato non molto tempo fa dalla Esoteric) come il LP Harmony of the Spheres, ispirato alla codificazione che Shakespeare aveva fornito nel Rinascimento tudoriano del mito (neo-platonico e neo-pitagorico) della musica celeste o planetaria. Il disco, che stemperava l'estremismo del free jazz in trame armoniche di grande respiro, progressive e spaziali, melodiche e sinuosamente barocche, venne registrato da Ardley con musicisti dal notevole pregio, quali Ian Carr – il trombettista dei Nucleus e, si sa, biografo di Davis – Norma Winstone (poi negli Azimuth di John Taylor, Kenny Wheeler e Ralph Towner), Barbara Thompson, John Martyn, Trevor Tomkins dei Gilgamesh e il maestro dell'elettronica inglese Richard Burgess ai synth, poi affermato produttore new wave.
E veniamo, sempre restando nel Regno Unito, al grandissimo John Surman, uno dei maggiori sax baritono del Novecento. Dopo un esordio ancora acerbo e segnato da influenze caraibiche nel 1968, la prima svolta si materializzò per Surman l'anno seguente, con la scoperta insieme a John Marshall (poi nei Soft Machine e nei Colours del tedesco Eberhard Weber) del jazz-rock spaziale profetizzato da Davis in In a Silent Way. Da allora più nulla fu lo stesso. Surman intraprese una carriera brillante ed eclettica, che lo avrebbe portato a dialogare, in musica, con il primo Seicento di John Dowland e con il tardo Settecento di William Blake, tra le molte altre cose.
Nel 1969, Surman suonò dal vivo con Lester Bowie, alla corte del quale conobbe Terje Rypdal, uno dei maggiori chitarristi nordici, nonché con Alan Skidmore e Mike Osbourne (il futuro nucleo degli SOS), e nel 1970 in Bass Is di Mike Warren (assieme a tre quarti dei Circle e al batterista e sintetista Stu Martin).
Era uscito, intanto, l'innovativo Extrapolation con McLaughlin e Tony Oxley, bissato – due anni dopo, nel 1971 – dall'altro capolavoro Where Fortune Smiles, realizzato con Dave Holland, Karl Berger ed ancora Martin. Nel 1973 fu la volta di Morning Glory, altro basilare capitolo di free jazz / fusion, stavolta con Rypdal al posto di McLaughlin (oramai impegnato a tempo pieno con la Mahavishnu Orchestra) e Chris Lawrence al basso. Tra il 1974 e il 1975 presero forma gli SOS, una perfetta sintesi di free anglo-americano ed elettronica tedesca coeva. Nel 1976, fu poi pubblicato il Live at Woodstock Town Hall con Stu Martin, che in maniera appena più melodica portava avanti gli schemi inaugurati con Skidmore eOsbourne. Nel 1977, davvero instancabile, Surman creò i Mumps (un progetto dalla vita breve, ma intensa), responsabili di A Matter a Taste. Questa volta, aveva con sé il trombonista austriaco Albert Mangelsdorff. Quanto alla musica, si trattava nuovamente di free jazz elettronico europeo. Tra il 1978 ed il 1979 altre collaborazioni, con Jack Bruce, Mick Goodrick e Alexis Korner. A partire dal 1979, inoltre, Surman avviò una carriera solista che lo vide in veste di unico compositore, alle prese con sax, sintetizzatori e drum machine. Per la ECM furono pubblicati così piccoli grandi classici di free jazz elettronico, dai tratti quasi ambient: Upon Reflection (1979), Withholding Pattern (1984), Private City (1987), il celtico Road to Saint-Yves (1990), A Biography of Reverend Absalom Dawe (1995) e Saltash Bells (2012). In alcuni casi, oltre a suonare le tastiere, i sax ed i synth, Surman si avvalse altresì e con frutto di una batterista in carne ed ossa, l'amico Jack Dejohnette. Ne vennero ottimi lavori, come The Amazing Adventures of Simon Simon (1981) e il più recente e sempre valido Invisible Nature (2002). In altri ancora chiamò alla voce la norvegese Karin Krog: Cloud Line Blue (1978), Free Style (1981), Such Winters of Memory (1983), Jubilee (1991), Det Var En Gang (1994), Songs About This and That (2013) e Infinite Paths (2016), tutti frutti d'una tecnologia mai fine a se stessa.
Il lavoro fatto da Surman in tutti questi dischi con l'Oberheim ring modulator, una moderna versione degli oscillatori impiegati pochi anni prima da Del Dettmar degli Hawkwind, resta nella memoria, nella fattispecie la sua collaborazione con Martin, un immenso batterista e sintetista, morto, a soli quarantadue anni, nel 1980. Surman e Martin erano infatti protesi ad indagare le possibilità offerte dall’accostamento e interazione tra sintetizzatore, batteria e sassofono, delineando atmosfere fredde e insieme suggestive. Con Martin, scoperto da Gary Burton tra il 1967 ed il 1969, Surman lavorava sin dal 1970, quando aveva costituito The Trio, con lui e il bassista californiano Barre Phillips. Terje Rypdal, nel 1978, prestò anche la sua chitarra a Three Day Moon di Barre Phillips, con Trilok Gurtu alle percussioni e l’eccezionale sintetista tedesco Dieter Feichtner: disco stupefacente ed in anticipo sui tempi, che proseguiva il discorso di free elettronico combinato con l'idioma davisiano intrapreso dal grande e poco noto bassista americano su Mountanscapes, del 1976, in quel caso affiancato da Surman, Abercrombie e Stu Martin, oltre a Feichtner: un lavoro che fondeva jazz rock di stampo statunitense ed elettronica di matrice tedesca (massiccio l’utilizzo dei sintetizzatori, ben tre!). Il post rock più free form, sotto certi aspetti, era già nato, ma in pochi se ne accorsero ed ancora oggi i due dischi di Phillips sono mal conosciuti, noti solo agli specialisti di settore. Un peccato grave.
Tra il 1986 ed il 1993, con Paul Motian fra gli altri, Surman incise anche tre album con il canadese Paul Bley. Di quest'ultimo, in questa sede, va ricordato il pionieristico The Synthesizer Show (1971), disco che rileggeva in chiave free jazz ed elettronica brani di Annette Peacock. Un must. Altro nome impossibile da non segnalare, ai fini della nostra disamina, è quello di Michael Mantler. Il suo Alien (1985, su etichetta Watt) non è solo un omaggio alle ambientazioni di Hans Rudi Giger da cui venne l'omonimo capolavoro di Ridley Scott nel 1979, ma un nuovo sensazionale capitolo, nella saga che vede interagire orizzonti free jazz e ricerca elettronica, rappresentata, in questo caso, dal lavoro ai synth di Don Preston (pupillo di Carla Bley, non dimentichiamolo).
Tuttavia, la prima, forse in assoluto, a sperimentare una forma aperta di free jazz elettronico è stata,
autentica pioniera, Annette Peacock. Ancora giovane e bellissima, la pianista e tastierista nativa di
Brooklyn cominciò a lavorare con il sintetizzatore Moog – non senza dedicarsi a combinazioni pure con basso elettrico e voce – già sul finire degli anni Sessanta. Scoperta da Albert Ayler, la Peacock, nelnovembre del 1969, si esibì a fianco del marito Paul Bley a Town Hall, in uno spettacolo di free jazz mescolato ad un nascente (grazie a lei) art rock elettronico e progressivo. Quegli shows furono portati in tournée per tutto il 1970 e buona parte del 1971, con alla batteria Barry Altschul (Circle) e Han Bennick.
Ne vennero tre dischi, il primo dei quali fu Revenge, seguito da Improvisie e, quindi, Dual Unity, scritti, missati e prodotti da lei. Il vertice della musica di quegli anni, anche se nessuno lo ricorda mai. Più rock e prog le esperienze successive di Annette, a Londra dal 1974 in compagnia di musicisti quali Chris Spedding, Mick Ronson (nel 'classico' Slaughter on Tenth Avenue), Alexis Korner, Peter Lemer e Bill Bruford (Feels Good to Me, con Allan Holdsworth e Jeff Berlin). I suoi dischi di questo periodo erano distribuiti dalla RoughTrade, storica etichetta indipendente del primo punk e post-punk britannico. Negli anni Ottanta nuove sperimentazioni sonore a cavallo tra i generi, stavolta con Karlheinz Stockhausen e Evan Parker, prima di tornare negli USA nella sua New York: nel 1997, Paul Motian e Gary Peacock hanno omaggiato la sua musica del periodo 1964-1969, nel doppio targato ECM Nothing Ever Was Anyway: spettrale, avventuroso, rarefatto, capace davvero di catturare tutto l'innovativo e geniale mistero della musica di Annette, i cui brani sono stati eseguiti, nel corso degli anni, tra gli altri da David Bowie, Brian Eno, Pat Metheny, Jaco Pastorius, Sunn O))) e Bill Frisell.
Da metà anni '70 a fine '80, i percorsi paralleli e spesso interagenti di free jazz ed elettronica vedono un moltiplicarsi di nomi ed esperienze, impossibili da seguire, qui, nella loro totalità. Menzioniamo,
perlomeno, Ornette Coleman, l'Art Ensemble of Chicago di The Third Decade (1984), certe cose del
sassofonista norvegese Jan Garbarek (forse il più famoso esponente del chamber jazz nord-europeo) e
della ECM di Manfred Eicher, nonché il nu-jazz sintetico ed elettronico, tutto riverberi e ricerche
timbriche, di David Torn (a fianco pure di Bruford, Mark Isham e più di recente Sonar).
Davide Arecco
Nessun commento:
Posta un commento