martedì 16 maggio 2017

MUSICA, DONNE E CULTURA RELIGIOSA NEL SETTECENTO




Nel corso del XVIII secolo, anche sulla scorta della nuova sensibilità illuministica e dei rinnovati spazi di socializzazione – caffé letterari, salotti aristocratici, accademie scientifiche, logge muratorie e corti libertineggianti – si aprirono per la donna varchi ed orizzonti prima impensati. All'interno di una società ancora cetuale e corporativa, come quella di antico regime, figure femminili di talento e di rango seppero farsi notare, ed affermarsi, a più livelli: a Milano, nel '700, Clelia Grillo Borromeo Arese diede vita ad un vivace cenacolo intellettuale, nel quale di discuteva di arte, politica e scienza (frequentato tra gli altri da Antonio Vallisneri, il nostro maggior biologo d'età post-galileiana); nella seconda metà del secolo, sempre restando nella Lombardia e sotto gli Asburgo, la prodigiosa Maria Gaetana Agnesi si rivelò insieme una brillante mente matematica ed un'anima ascetica, non lontana per devozione profonda quanto sincera dal misticismo religioso; alle scienze esatte si dedicarono in oltre anche Laura Bassi presso l'ateneo felsineo e Emilie du Chatelet in Lorena, quest'ultima valida cultrice di geometria e meccanica, nonché traduttrice – per l'amico e amante Voltaire; si diceva delle trame libertine – dell'altrimenti complessa astronomia gravitazionale newtoniana. Quest'ultima, nel corso del primo Settecento, prese piede anche in Olanda, pure grazie al non secondario apporto del microcosmo massonico: nelle logge di Amsterdam e soprattutto l'Aja le porte del Tempio iniziavano proprio allora ad accogliere donne. Un segno dei tempi nuovi e di un mutato zeitgeist. In Inghilterra, infine, già durante la seconda metà del secolo precedente, all'indomani della Restaurazione Stuart, donne filosofe – le prime dai tempi lontanissimi (e tragici) di Ipazia – erano state Anne Conway e in particolare Damaris Cudworth, seguace del neo-platonismo e intima di Locke negli ultimi anni suoi di vita (il padre dell'empirismo moderno morì come noto nel 1704).
Anche la musica, nel secolo dei Lumi e sulla spinta di questi ultimi, portò novità importanti circa il discorso che stiamo qui svolgendo. Andiamo, con gli occhi della mente, al caso storico del genovese Carlo Sturla, grande tra i minori, compositore del quale si sono conservati pochissimi manoscritti – custoditi oggi presso la Biblioteca del Conservatorio Paganini del capoluogo ligure – e tutti inerenti a brani di musica sacra, risalenti alla prima metà circa del secolo diciottesimo. Sturla lavorò – si sa, di lui, tutto sommato abbastanza poco – presso teatri pubblici e per committenti privati, al servizio delle maggiori casate nobiliari della Serenissima. Ora, sino agli albori dell'Ottocento, a Genova si trovavano numerosi monasteri femminili di clausura, le cui religiose eccellevano nell'esecuzione di musiche e nel canto di arie liturgiche. La musica era pertanto, per le giovani monache, l'unica sorta di apertura nei confronti della realtà a loro esterna, preclusa dai voti religiosi. Non era raro il caso in cui compositori e musicisti, cantanti e melomani si aggiravano dunque fra gli austeri corridoi e sale dei suddetti convitti. Per le monache del Sacro Cuore, del Convento di Santa Brigida, componeva il nostro Sturla. La sua musica rivive nel Passio di Venerdì Santo (Passione secondo Giovanni), edita da Brilliant Classics nel 2011, prima registrazione in assoluto che contiene il Concerto ecclesiastico, diretto da Luca Franco Ferrari, inciso a Genova presso la Chiesa del Convento di Santa Caterina fra il 3 ed il 5 settembre del 2006, da tre voci: le sublimi Marina Frandi (contralto), Emanuela Esposito (cantus firmus) e l'incantevole Laura Dalfino (soprano). Il Passio nacque, appunto, dall'esigenza di tipo liturgico-religioso del monastero per le intense quanto sentite funzioni della Settimana Santa. A scadenze annuali, le monache commissionavano infatti ad un compositore locale – Sturla, in questo caso – la musica per il Passio, intesa, esclusivamente, per voci femminili. Un significativo unicum, per l'epoca (solamente Antonio Vivaldi, nei decenni appena precedenti, aveva composto per le sue cantanti), ma altresì il segno di un approccio e di una considerazione nuovi, anche e soprattutto nei riguardi della donna. La Chiesa del tempo, fra le altre cose, proibiva durante la Settimana Santa che venissero eseguite composizioni in stile concertante e la predilezione andava naturalmente a figure di sesso maschile. Nella sunnominata registrazione del Passio il ruolo dell'evangelista viene affidato al cantus firmus, accompagnato, come solitamente accadeva all'epoca, dal basso continuo. Sturla, da par suo, seppe introdurre alcune rilevanti novità, sorretto da una scrittura briosa, oltre che varia, con uno stile marcatamente operistico. Del resto, il melodramma settecentesco aveva già sconfinato nei territori anche della musica sacra: ne costituiscono una felice riprova le arie patetiche, gli slanci "di furore" e i duetti al limite del virtuosismo del Passio di Sturla, autore assai poco noto ma tuttavia da riscoprire con la dovuta attenzione. Egli agì negli spazi politico-religiosi e socio-istituzionali della Superba, notoriamente ostili allo spirito dell'Illuminismo o da questo distanti, eppure riuscì a essere un 'moderno'. La splendida incisione pubblicata da Brilliant Classics può ora rappresentare un utile viatico alla riscoperta, e sua e del suo mondo; non poco apprezzabili, oltre alle tre voci femminili di cui sopra, anche i contributi strumentali (violoncello, violone, doppia arpa, chitarra barocca e infine organo).

Davide Arecco

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